Intervista: «La baby-chirurgia? E' come fare shopping»

15 luglio 2010 
<p>Intervista: «La baby-chirurgia? E' come fare shopping»</p>
PHOTO CORBIS IMAGES

Trentasette anni senza botulino, e grida (ironicamente) al miracolo! Lei è Cristina Sivieri Tagliabue, giornalista e autrice del best seller Appena ho 18 anni mi rifaccio edito da Bompiani. Le abbiamo chiesto, reduci dalla notizia del baby-boom chirurgico americano, come si è arrivati a tutto questo. E lei ci ha risposto così:

«E' un mercato in ascesa totale. Le ricerche dicono che la fascia di età tra i 16 e i 20 anni è la meglio predisposta ad agire sul proprio corpo senza troppe paranoie, perché c'è una forte disponibilità al cambiamento».

La chirurgia e la medicina estetica provocano "dipendenza"?

«Una volta che una ragazzina di 18 anni va a farsi un'iniezione di botulino, è assodato che non solo chiederà il ritocchino dopo 6 mesi, ma inizierà da lì a poco con l'acido ialuronico e i filler. E non si tratta di dipendenza. E' come fare shopping: un'attività piacevole, ma sempre di consumo. Da una parte i ragazzi hanno questa "corpo-fobia" cioè concentrano su un dettaglio che non piace tutte le loro insicurezze. Sarà capitato anche a te, è capitato anche a me. Da che mondo è mondo è così! Dall'altra parte invece c'è l'obiettivo di risolvere un'imperfezione, per poi passare alla successiva. Nel momento in cui il tuo corpo non è più una cosa da modellare solo con la ginnastica ma anche con la chirurgia estetica, vuol dire che tu puoi comprare un "altro pezzo di corpo" e la visita dal chirurgo diventa così un genere di consumo».

C'è un modo per uscirne?

«Sarebbe bene dare una sorta di "balance", di equilibrio, alla narrazione della bellezza. Se ci fossero dei modelli più a portata di mano e se tutto il mondo rappresentasse le donne come fa Dove (guarda la campagna stampa per la Bellezza Autentica, ndr) forse ci sarebbe anche meno gente complessata in giro. Ovviamente non possiamo essere tutte come Belén, Claudia Shiffer, tutte "stragnocche". Quindi, non si tratta tanto della chirurgia plastica che è lì apposta per soddisfare un bisogno creato dalla società dei consumi. Le ragazzine vanno con la mamma dal chirurgo plastico, parlano sempre di più del proprio corpo, gli danno sempre più importanza anche per raggiungere mete insperate. Il corpo diventa così uno strumento di benessere intellettuale e non solo fisico».

Hai intervistato oltre 50 ragazze che si sono rivolte (o lo stanno per fare) alla medicina e alla chirurgia estetica: erano e sono a conoscenza dei rischi?

«Sì, e generalmente sono disposte a rischiare e ad accettare il rovescio della medaglia. Anche se si tratta di una liposuzione, la più violenta e impressionante, loro lo fanno ugualmente. Quando desideri una cosa sei disposta a fare di tutto per averla».

Manca un'educazione estetica alla base?

«I chirurghi plastici per primi dovrebbero fare un esame di estetica contemporanea. Loro hanno in mano degli strumenti, ma non tutti hanno il gusto estetico sviluppato per usarli. Quindi, visto che loro sono i nuovi stilisti, gli stilisti del corpo, tanto vale che si facessero gli esami degli stilisti. Non dico quelli da sarti, ma quelli almeno di arte me li aspetto un pochino. Giusto per una questione di proporzioni!»

Che ruolo hanno i programmi di grafica che modificano il corpo sulle riviste?

«Credo che siamo nell'Era del Photoshop. A parte che ci sono alcune copertine ritoccate con un gusto veramente opinabile! Ci sono dei programmi che ti correggono la faccia. Ma automaticamente e secondo modelli prestabiliti, tendendo a un modello unico di bellezza! E' questo il vero pericolo: invece di formarsi dei gusti territoriali, legati anche al paese in cui viviamo, o alla propria famiglia, si sta invece cancellando un'identità, massificando un modello di bellezza in stile "bambola" di plastica».

La chirurgia è una libertà o una prigione?

«Come tutte le cose, come tutte le relazioni, ha pregi e difetti. Penso che sia uno strumento. Posto che sono contraria al botulino, ho raggiunto benissimo i 37 anni senza! Ma parliamoci chiaro: una volta la bellezza era una cosa per pochi mentre ora la bellezza si può comprare. E' uno strumento di democrazia. E' un po' come l'arte: le cose belle ora ce le possiamo permettere tutti».

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