Trentasette anni senza botulino, e grida (ironicamente) al
miracolo! Lei è Cristina Sivieri Tagliabue, giornalista e autrice
del best seller Appena ho 18 anni mi rifaccio edito
da Bompiani. Le abbiamo chiesto, reduci dalla notizia del
baby-boom chirurgico americano, come si è arrivati a
tutto questo. E lei ci ha risposto così:
«E' un mercato in ascesa totale. Le ricerche dicono che la
fascia di età tra i 16 e i 20 anni è la meglio predisposta ad agire
sul proprio corpo senza troppe paranoie, perché c'è una forte
disponibilità al cambiamento».
La chirurgia e la medicina estetica provocano
"dipendenza"?
«Una volta che una ragazzina di 18 anni va a farsi un'iniezione
di botulino, è assodato che non solo
chiederà il ritocchino dopo 6 mesi, ma inizierà da lì a poco con
l'acido ialuronico e i filler. E non si tratta di dipendenza.
E' come fare shopping: un'attività piacevole, ma
sempre di consumo. Da una parte i ragazzi hanno questa
"corpo-fobia" cioè concentrano su un dettaglio che
non piace tutte le loro insicurezze. Sarà capitato anche a te, è
capitato anche a me. Da che mondo è mondo è così! Dall'altra parte
invece c'è l'obiettivo di risolvere un'imperfezione, per poi
passare alla successiva. Nel momento in cui il tuo corpo non è più
una cosa da modellare solo con la ginnastica ma anche con la
chirurgia estetica, vuol dire che tu puoi comprare un
"altro pezzo di corpo" e la visita dal chirurgo diventa
così un genere di consumo».
C'è un modo per uscirne?
«Sarebbe bene dare una sorta di "balance", di equilibrio, alla
narrazione della bellezza. Se ci fossero dei modelli più a portata
di mano e se tutto il mondo rappresentasse le donne come fa Dove (guarda la campagna
stampa per la Bellezza Autentica, ndr) forse ci sarebbe anche
meno gente complessata in giro. Ovviamente non possiamo
essere tutte come Belén, Claudia Shiffer, tutte
"stragnocche". Quindi, non si tratta tanto della chirurgia
plastica che è lì apposta per soddisfare un bisogno creato dalla
società dei consumi. Le ragazzine vanno con la mamma dal chirurgo
plastico, parlano sempre di più del proprio corpo, gli danno sempre
più importanza anche per raggiungere mete insperate. Il corpo
diventa così uno strumento di benessere intellettuale e non solo
fisico».
Hai intervistato oltre 50 ragazze che si sono
rivolte (o lo stanno per fare) alla medicina e alla chirurgia
estetica: erano e sono a conoscenza dei rischi?
«Sì, e generalmente sono disposte a rischiare e ad accettare il
rovescio della medaglia. Anche se si tratta di una liposuzione, la
più violenta e impressionante, loro lo fanno ugualmente. Quando
desideri una cosa sei disposta a fare di tutto per averla».
Manca un'educazione estetica alla
base?
«I chirurghi plastici per primi dovrebbero fare un esame
di estetica contemporanea. Loro hanno in mano degli
strumenti, ma non tutti hanno il gusto estetico sviluppato per
usarli. Quindi, visto che loro sono i nuovi
stilisti, gli stilisti del corpo, tanto vale che si
facessero gli esami degli stilisti. Non dico quelli da sarti, ma
quelli almeno di arte me li aspetto un pochino. Giusto per una
questione di proporzioni!»
Che ruolo hanno i programmi di grafica che
modificano il corpo sulle riviste?
«Credo che siamo nell'Era del Photoshop. A parte che ci sono
alcune copertine ritoccate con un gusto veramente opinabile! Ci
sono dei programmi che ti correggono la faccia. Ma automaticamente
e secondo modelli prestabiliti, tendendo a un modello unico
di bellezza! E' questo il vero pericolo:
invece di formarsi dei gusti territoriali, legati anche al paese in
cui viviamo, o alla propria famiglia, si sta invece cancellando
un'identità, massificando un modello di bellezza in stile "bambola"
di plastica».
La chirurgia è una libertà o una
prigione?
«Come tutte le cose, come tutte le relazioni, ha pregi e
difetti. Penso che sia uno strumento. Posto che sono contraria al
botulino, ho raggiunto benissimo i 37 anni senza! Ma
parliamoci chiaro: una volta la bellezza era una cosa per
pochi mentre ora la bellezza si può comprare. E' uno
strumento di democrazia. E' un po' come l'arte: le cose
belle ora ce le possiamo permettere tutti».