Gli embrioni di Roma e i mancati controlli

di Daniela Ovadia 

L'incidente accaduto al San Filippo Neri di Roma mette in luce le inadempienze della Regione Lazio. C'è però un registro nazionale che aiuta a individuare i centri più affidabili e sicuri. Senza dimenticare la solidarietà femminile

Daniela Ovadia

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A determinare se c'è stato un danno rilevante dal punto di vista civile e meritevole di un risarcimento sarà la procura di Roma, che dovrà dire se, a rigore di legge, un incidente come quello occorso sabato 31 marzo scorso nel centro di procreazione assistita dell'Ospedale San Filippo Neri di Roma - che ha portato alla distruzione di 96 embrioni, 130 ovociti e 5 campioni di sperma - va compensato con del denaro. Per coppie che pensavano di essere al termine di un lungo e spesso faticoso percorso di visite, esami, stimolazioni ormonali e prelievi, la perdita di un embrione, invece, può essere vissuta quasi come la perdita di un figlio.

"Ho 42 anni, un'età limite per questo tipo di intervento" spiega Gloria B., una delle pazienti in terapia proprio nel centro romano e che non vuole render nota la propria identità perché intende procedere legalmente contro l'ospedale. "Dopo l'ultimo prelievo di ovociti a cui mi sono sottoposta, i medici sono riusciti a creare 4 embrioni, ne hanno impiantati due, ma non ha funzionato. Me ne erano rimasti due, che paiono essere tra quelli che non sono sopravvissuti all'incidente. Ora non so cosa fare: non so se potrò sottopormi di nuovo a un ciclo di stimolazioni e quindi forse non sarò mai madre". Le parole di Gloria sono significative: i suoi embrioni non sono "sopravvissuti" e anche se la scienza e la bioetica si interrogano da anni ormai sullo statuto dell'embrione, sulla sua natura di persona o di semplice insieme di cellule, per il potenziale genitore quel grumo di cellule congelate è comunque un potenziale figlio.

È bene dire che incidenti come quello di Roma sono per fortuna molto rari: i sistemi che mantengono embrioni e cellule a bassissime temperature sono in genere molto sicuri. Per arrivare alla distruzione dell'intero contenuto del bidone incriminato, il sistema di raffreddamento dell'ospedale romano ha perso quasi 700 litri di azoto liquido, una quantità che, se non ci fosse stato di mezzo un fine settimana e forse (ma questo lo diranno i giudici) un mancato controllo da parte dei tecnici preposti avrebbe dovuto destare sospetto.

Le responsabilità, però, potrebbero essere più estese di quanto non si pensi. In teoria, le Regioni sino obbligate a visitare tutti i centri di fecondazione assistita, sia pubblici sia privati, e rilasciare loro una idoneità che dipende dal rispetto di alcune regole essenziali, tra le quali anche il livello di qualità delle attrezzature e i sistemi di controllo delle stesse. Una coppia che volesse sapere di quali centri si può fidare può andare sul sito dell'Istituto superiore di sanità (vedi il link in fondo) e cliccare sulla propria Regione: comparirà l'elenco dei centri accreditati, cioè di coloro che hanno superato un a sorta di "esame di qualità".

Non tutte le Regioni, però, si sono date da fare per tutelare le donne e gli uomini che devono affrontare un percorso tanto difficile e doloroso. Se cliccate sulla Regione Lazio, comparirà un elenco di centri che fanno la fecondazione assistita, ma con un avviso che riempie la prima schermata e che recita: "La Regione Lazio non ha ancora emanato le autorizzazione dei centri per l'applicazione di tecniche di PMA - legge 40/2004".

Cosa significa? In pratica, dal 2004 a oggi, il Lazio è l'unica Regione italiana che non ha ancora stabilito i criteri di qualità per dare l'autorizzazione a un centro piuttosto che a un altro e quindi, al momento, i centri sono certificati dalle singole ASL, dai Comuni e da un gran numero di istituzioni non tutte competenti, come ha denunciato il senatore Ignazio Marino, presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul Sistema sanitario nazionale.

Attenzione: ciò non significa che l'incidente del San Filippo Neri sia dovuto a una mancanza di capacità degli operatori di quel centro, ma certo per le famiglie è importante poter contare su strutture certificate e sorvegliate. Cosa fare, quindi? Un consiglio può essere quello di visitare sempre il sito dell'Istituto superiore di sanità e, in mancanza di informazioni rassicuranti, di rivolgersi alle associazioni di pazienti, come Cercounbimbo, Hera o Madre Provetta (vedi link qui sotto).

Ve ne sono molte altre, a livello locale, ed è facile entrare in contatto con loro attraverso il proprio ginecologo o il passaparola: laddove lo Stato non fa la sua parte, a volte può essere utile la solidarietà femminile.




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