La crisi ci fa mangiare tanto (e grasso)

di Simone Cosimi 

Uno studio dell'università di Miami sforna un risultato a sorpresa: nelle situazioni che ci preoccupano, come quella attuale, anziché tirare la cinghia tendiamo ad alimentarci di più scegliendo cibi ipercalorici

Simone Cosimi

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Fra le tante, pessime conseguenze della crisi economica mondiale esplosa ormai cinque anni fa, nel 2008, ci sono anche quelle legate all'alimentazione e, quindi, al benessere individuale. Questo perché lo stress psicofisico prodotto da alcune situazioni di preoccupazione, o anche solo da un clima generale in parte deprimente, può produrre squilibri nel modo in cui mangiamo. E quindi, su come staremo. La sorpresa, però, è che contrariamente a quanto si potrebbe pensare, in queste fasi storiche l'appetito, anziché diminuire, cresce. E anche di molto.

A dimostrarlo, una ricerca pubblicata dalla rivista scientifica statunitense Psychological Science. I soggetti esposti a messaggi molto pessimisti, fra cui evidentemente parecchi collegati al clima critico che viviamo da alcuni anni sotto il profilo economico e finanziario, hanno infatti fatto registrare un'impennata dell'appetito. La crisi, insomma, fa venire voglia di mangiare. Fin qui, nulla di male. O almeno, non del tutto. Se non fosse che i cibi che finiscono più nei nostri mirini sono i peggiori da concedersi: quelli più grassi.

Juliano Laran e Anthony Salerno, psicosociologi dell'università di Miami e autori dello studio, hanno dimostrato questo strano meccanismo della grande abbuffata, che rischia di incidere non poco sul nostro stato di salute, tramite un semplice esperimento. Hanno coinvolto nell'indagine due gruppi di volontari: il primo è stato sottoposto a un bombardamento di cartelloni con messaggi neutri, senza particolari prese di posizione sulla situazione attuale. Al secondo, invece, i manifesti contenevano informazioni fortemente pessimiste e negative. Frasi e slogan nei quali compariva, fra l'altro, un lessico piuttosto nefasto popolato da termini come penuria, avversità , resistere, sopravvivenza e via crucciandosi.

Cosa ne è venuto fuori? I dubbi sono davvero pochi: il gruppo di pazienti sottoposto a stress piuttosto pesanti, anche solo attraverso messaggi verbali e scritti quindi senza tastare questa situazione nella propria vita quotidiana, ha successivamente ingurgitato più degli altri. E soprattutto scegliendo pietanze più grasse. Il perché cerca di spiegarlo sempre la ricerca statunitense: i cibi ipercalorici darebbero l'impressione (o la fallace sicurezza) di durare più a lungo, d'essere bruciati in più tempo dall'organismo e di essere anche a buon mercato rispetto all'energia fornita al fisico. La loro preferenza, soprattutto in una fase di preoccupazione, è dunque automatica. Come se inconsciamente gli individui si ripetessero: facciamo scorta di benzina prima che i distributori rimangano a secco.

I dati sono due. Da una parte, la riconferma dell'essere umano biologico su quello culturale: scegliamo cibi più calorici per prevalenza della strategia di sopravvivenza sul puro piacere del piatto. In una situazione di scarse risorse, come farebbe un animale selvatico, anche l'uomo preferisce insomma adottare comportamenti che hanno conseguenze a breve termine. Al contrario, se in un contesto positivo, sarebbe più propenso a scegliere strategie produttive più a lungo periodo e magari, restando all'alimentazione, più salutari. Pare dunque che tirare la cinghia, almeno nell'accezione passata al comune modo di dire, sia un'espressione quantomeno da rivedere. La cintura bisognerà tirarla, sì: ma perché il girovita rischierà di esplodere. Anche e soprattutto se il mondo non tornerà presto a girare nel verso giusto.

DA STYLE.IT

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