Allarme PIP: cosa bisogna sapere (o fare)

di Alessandra Celentano 05 gennaio 2012

Dal caso delle protesi francesi sotto accusa, i chiarimenti e i consigli dell'esperto sulle contromisure da prendere "adesso" e le buone norme da rispettare "sempre" (prima e dopo qualsiasi intervento di chirurgia estetica o ricostruttiva)

Alessandra Celentano

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In Francia sono sotto accusa da poco prima di Natale le protesi per il seno prodotte dall'azienda PIP (Poly Implants Prothèses). Il motivo? Si tratta di protesi realizzate con silicone industriale (anziché medicale e a norma), un materiale più economico ma a maggior rischio di rottura e forse - ma questo, finora, è solo un "sospetto" - persino cancerogeno. Le donne francesi portatrici di protesi PIP sono circa 30mila e tutte sono state invitate a presentarsi negli ospedali per sostituirle. Ma le protesi sotto accusa sono state vendute anche in altri Paesi, perciò adesso il clima di allarme si è diffuso ben oltre i confini francesi.
 
In Italia le donne portatrici di protesi PIP dovrebbero essere all'incirca 4.300 e per individuarle il Ministero della Salute - tramite un'ordinanza sulla gazzetta ufficiale del 31 dicembre 2011 (e scaricabile da www.salute.gov.it) - ha chiesto a tutti gli ospedali e alle cliniche private, accreditate e autorizzate, di redigere un elenco nominativo di tutti i casi riguardanti l'impianto di PIP a partire dal 1 gennaio 2001.
 
Ma intanto come dovrebbero regolarsi le donne che hanno protesi mammarie? Di questo - e anche di altri dubbi o timori provocati dal caso francese - ne abbiamo parlato con Maurizio Nava, direttore della Chirurgia Plastica e Ricostruttiva dell'Istituto dei Tumori di Milano.

Un consiglio a tutte le donne italiane che hanno protesi mammarie e che in questi giorni sono entrate in allarme.
«Il primo suggerimento è quello di verificare il tipo di protesi utilizzato (sia per interventi a fini estetici, sia per quelli ricostruttivi) e, se si tratta di protesi PIP, richiedere subito una visita. Come sapere quale protesi si indossa? Consultando la "tessera" ricevuta dopo l'intervento: su quest'ultima, infatti, sono riportate le etichette che descrivono il tipo di protesi, il volume e la ditta produttrice. Le donne che non fossero in possesso di questa "tessera" possono risalire ai dati sulle protesi utilizzate attraverso la fotocopia della cartella clinica (poiché sul foglio dell'intervento devono esserci le etichette relative alle protesi). Se non si possiede o non si trova alcun documento, suggerisco di contattare il centro o il chirurgo di riferimento».

Protesi PIP e "possibile" rischio cancerogeno: cosa pensare in proposito?
«Finora non è stata dimostrata alcuna correlazione in proposito. Gli studi condotti sino ad oggi (sulle donne che hanno fatto una mastoplastica additiva) sono stati fatti su protesi costruite con silicone medicale e non industriale, questo è vero, tuttavia anche nel caso delle protesi incriminate, le ormai note PIP, non vi è alcun dato che dimostri un aumento di casi di tumore. Ad ogni modo gli studi sono in corso e richiedono tempi lunghi. L'unico dato certo riguardo alle protesi PIP è che sono più fragili e, quindi, possono rompersi più facilmente: ma anche le altre protesi mammarie possono rompersi, soprattutto quelle prodotte prima degli anni '90».

Esistono "segnali" in grado di far capire che la protesi si è rotta?
«Sì, ce ne sono diversi: variazione della forma e della consistenza della mammella con protesi; senso vago e continuativo di disturbo; arrossamento cutaneo che perdura nel tempo; aumento di volume del seno per accumulo di siero e poi il sintomo più serio: l' infezione. A volte, poi, un ulteriore segnale di rottura di una protesi può essere l'aumento o la comparsa di un linfonodo ascellare. Comunque vorrei ricordare che nella maggior parte dei casi la rottura della protesi è intracapsulare, ossia avviene all'interno della capsula fibrosa che l'organismo crea attorno alla protesi e quindi il silicone, anche quello a bassa coesività e quindi in forma quasi liquida, rimane contenuto e non si sparge. Cosa fare in caso di rottura della protesi certa e documentata con Risonanza Magnetica? Sostituirla».

Cosa dire alle donne che, sull'onda del caso francese, sono entrate in allarme rispetto alle protesi in generale e che adesso tendono a diffidare anche di quelle a norma?
«Se hanno una protesi a norma non devono temere nulla: dovrebbero aver ricevuto dal chirurgo di fiducia tutte le informazioni inerenti le problematiche relative a un impianto protesico mammario. Colgo l'occasione per ricordare che le protesi non sono eterne e a volte vanno cambiate non per motivi legati a reazioni avverse da parte dell'organismo, quanto per il semplice fatto che il fisico cambia e, di conseguenza, va modificata anche la protesi. Per intenderci: io uso dire che, in linea di massima, una paziente di 20 anni rischia di dover cambiare le protesi almeno tre volte nella sua vita..

Quali buone norme preventive suggerirebbe di osservare alle donne intenzionate a sottoporsi a intervento di chirurgia estetica o plastica?
«Le pazienti devono chiedere il libretto informativo e conoscere tutti i seguenti dati: il tipo di protesi (chiamato style e rintracciabile su internet all'interno del sito delle aziende produttrici); il nome della ditta produttiva; la generazione alla quale appartengono; il tipo di silicone di cui sono composte e il suo livello di coesività (più il silicone è coesivo e più è sicuro in caso di rottura della protesi). Consiglio inoltre di informarsi sul tipo di procedura chirurgica e capire perché sia meglio una protesi rotonda o anatomica e, anche, in base a quale criterio sia preferibile optare per un determinato tipo e volume dell'impianto protesico. E se quest'ultimo sia compatibile con i propri parametri biodimensionali, come la larghezza del torace, il diametro delle mammelle, la distanza del solco mediale.

Altri consigli?
«Per una sicurezza ulteriore sul tipo di protesi, direi che in caso di intervento privato, è utile chiedere di poter pagare la ditta produttrice. Perché attraverso la fattura dell'azienda  è possibile ricevere anche la descrizione chiara della protesi utilizzata. In caso di intervento in strutture pubbliche, consiglio di pretendere sempre la "tessera" con le etichette degli impianti».

Quali errori evitare?
«Innazitutto una comunicazione poco chiara con il medico. La paziente deve spiegare bene cosa desidera e cosa non le piace e il chirurgo, da parte sua, ha il dovere di far capire i limiti entro i quali può intervenire. A tal proposito, direi alle donne di fare attenzione anche a quello che spesso e volentieri viene promesso in televisione, perché alcuni programmi tendono ad alimentare false aspettative e quindi è essenziale mantenere un buon senso critico e non credere a tutto. Inoltre direi di chiedere sempre più di un parere e di diffidare di visite veloci e approssimative o di promesse poco chiare. Per decidere la corretta procedura chirurgica e il tipo di impianto da utilizzare, occorre una visita completa della durata di circa 40/60 minuti. Infine inviterei a diffidare se prima di qualsiasi atto chirurgico non vengono richiesti esami diagnostici (per uno studio accurato delle mammelle)».

Una raccomandazione finale a tutte le donne con protesi.
«In assenza di sintomi particolari, direi che è buona norma fare un controllo annuale dal chirurgo, eseguire gli esami diagnostici alle mammelle previsti dall'età (eco o mammografia) e poi fare anche una risonanzanza magnetica ogni 10 anni».

 

 

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