Fecondazione assistita, la Corte europea boccia la legge 40

di Rita Russo 

I giudici di Strasburgo danno ragione a una coppia italiana affetta da fibrosi cistica che vorrebbe sottoporsi a fecondazione assistita, pur non avendo i requisiti richiesti dalla legge 40 per questa procedura. Il Ministro Balduzzi anticipa il possibile ricorso dell'Italia

Rita Russo

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Foto Corbis Images

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Aggiornamento del 29 agosto 2012:

Lo Stato italiano potrebbe contestare la sentenza emessa ieri dalla Corte europea dei diritti umani sul caso Costa-Pavan promuovendo un ricorso. Lo ha anticipato il ministro della Salute, Renato Balduzzi in un'intervista a Radio Vaticana: «Il mio intendimento è quello di proporre al Consiglio dei ministri l'intenzione di fare ricorso contro la sentenza della Corte europea». «Con riserva di un approfondimento, una volta presa in esame questa pronuncia» - ha proseguito Balduzzi - «mi sembra che ci siano gli elementi per promuovere un ulteriore chiarimento giurisprudenziale».

In precedenza:

Secondo la Corte europea dei diritti umani i coniugi Costa e Pavan, affetti da fibrosi cistica, sono stati danneggiati dallo Stato italiano che non consente loro di accedere alla fecondazione assistita e alla diagnosi prenatale sull'embrione.

Non solo. Nella sentenza i giudici di Strasburgo scrivono che "il sistema legislativo italiano in materia di diagnosi preimpianto degli embrioni è incoerente", in quanto da un lato prevede una  legge che permette l'aborto terapeutico in caso il feto sia affetto da fibrosi cistica, dall'altro vieta esami preimpianto nel caso di fecondazione assistita.

Nel 2006 Rosetta Costa e Walter Pavan hanno avuto una figlia affetta da fibrosi cistica e hanno così scoperto di essere a loro volta portatori sani di questa gravissima malattia che si trasmette al nascituro in un caso su quattro. Nel 2010 la donna era rimasta nuovamente incinta, aveva sottoposto il feto a diagnosi prenatale e aveva abortito dopo che l'esame era risultato positivo.

Adesso i conigi Pavan vorrebbero avere un secondo figlio, ma vorrebbero usare la fertilizzazione in vitro, la FIVET, una pratica che la legge 40 preclude loro.

Al momento la normativa italiana in materia di procreazione medicalmente assistita (la legge 40), permette la procreazione in vitro soltanto alle coppie sterili o a quelle in cui il partner maschile abbia una malattia trasmissibile sessualmente come l'Aids e l'epatite B e C (articolo 4) e vieta la diagnosi reimpianto (l'articolo 13 vieta "qualsiasi sperimentazione su embrione umano").

Questa sentenza non è definitiva: entro tre mesi le parti possono chiedere il rinvio all'Alta corte per i diritti dell'uomo.

Per ora, lo Stato Italiano è stato condannato a pagare 15mila euro alla coppia per i danni morali e 2.500 euro per le spese legali perché avrebbe violato l'articolo 8 della Convenzione europea per i diritti dell'uomo, quello che regolamenta il "Diritto al rispetto della vita privata e familiare".

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