La Perfetta Felicità di James Salter che incanta il lettore

di Guy Pizzinelli 

"Una Perfetta Felicità", ovvero lo strano destino di uno scrittore diventato celebre a fine carriera e bruciato qui da noi

Guy Pizzinelli

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Con James Salter - 89enne da noi sconosciuto maestro della leteratura americana - Guanda ha commesso un ingenuo errore lo scorso anno con "Tutto quel che é la vita", partendo cioè dal romanzo meno acclamato: sempre un'idea geniale, questa, per bruciare un autore importato. Lo scrittore è valido, ma la strategia editoriale no.
Ma lo scarso successo non ha scoraggiato l´editore  dal continuare a pubblicarlo, rivolgendosi alla produzione anteriore -  e migliore - di Salter con Una Perfetta Felicità , anche se a ripartire dal capolavoro "A Sport and a Pastime" proprio non ce l'hanno fatta.

Protagonista di Una Perfetta Felicità è la vita quotidiana di una famiglia borghese (padre, madre e due figlie piccole) che sembra non conoscere né incrinature né drammi. Due figlie da iniziare ai piaceri borghesi della vita, una cerchia di amici interessanti, cene raffinate, bei libri, buona musica, un cucciolo festoso, il fuoco nel camino, giornate passate a pattinare sul fiume gelato o a prendere il sole.
La luminosa casa sul fiume, subito fuori New York, è il palcoscenico principale della storia. Sembra quasi una piccola casa nella prateria, per certi versi: un cane, un coniglio, un pony e delle galline, senza contare la fauna selvatica circostante. Viri è un architetto colto e un po' indolente, inventore di storie per bambini; Nedra una donna spendacciona e dal sorriso radioso, forse un po' viziata dalla vita che conduce.

Una perfetta felicità si intitola in originale Light Years, ed è uscito nel 1975, in America.
Salter ha un passo lento ed elegante da classico, non è un innovatore ma un raffinato complice dei Ford, dei Fitzgerald e degli Hemingway di questo mondo.
La critica statunitense ha adorato ma anche stroncato questo romanzo. Anche a causa dello stile soffice e frantumato di Salter, fitto, tra le altre cose, di dialoghi spietati e solo apparentemente superficiali, che gli sono valsi il titolo radical-snob di "writer's writer" (uno che "si scrive addosso"). Ma anche eccelsi paragoni con Updike, Fitzgerald, Bellow e il Richard Yates di Revolutionary Road.
Ed è lui stesso che commenta i suoi personaggi: "Le famiglie borghesi, americane e non, sono sempre le stesse. Anche se negli anni sono cambiati i costumi sociali e sessuali, permane un'ampia classe media che insegue e ottiene una vita confortevole. Poi certo, c'è chi considera questo stile di vita eccessivamente conservatore o noioso. Flaubert, per esempio, odiava i borghesi e la loro ignoranza. Ma oggi negli Stati Uniti sono tutti borghesi. A parte gli indigenti e i super-ricchi."


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