Senza ragione

di staff Style.it 

Una storia delicata di relazioni umane: l'amicizia, un amore impossibile, la passione civile e la voglia di riscatto. Un libro che si legge tutto d'un fiato.

A chi non è capitato, di avere voglia di cambiare le regole, combattere una battaglia giusta, gridare la propria verità? Ma poi c'è la ragione che ci porta a dire: ne vale davvero la pena? E la risposta è sì, perché a volte il senso della vita si recupera proprio rimettendosi in gioco.

Antonio Prade è sindaco a Belluno, Elvia Grazi giornalista. Sono gli autori di Senza Ragione (edito da Paginauno, pp.284 15 euro) un romanzo singolare, che si legge tutto d'un fiato. Ho iniziato a sfogliarlo una sera, appollaiata in poltrona e quando ho rialzato gli occhi dalle pagine, ero già a metà libro. Immaginate una donna che consuma la propria esistenza in 80 metri quadri, in cella senza essere carcerata, prigioniera di una malattia crudele. Ogni giorno compie gli stessi gesti, a tenerle compagnia ci sono solo lettere e ricordi.

Tra queste quella della cugina Nadia che le ha scritto un messaggio di addio prima di suicidarsi. La vicenda sembra chiudersi in un freddo dispaccio di polizia che bolla il caso come suicidio. Ma Norma non ci sta e decide di uscire dal suo imbronciato silenzio per gridare la verità.

Le aule di tribunale non sono fredde, trasudano vicende umane: slanci, bassezze, solitudine, amore dato e negato, scontri feroci tra chi ha sempre ragione e chi non l'ha mai. L'ha scritto lei, è proprio così? «Quando non faccio il sindaco sono avvocato e il tribunale è un'incredibile palestra di vita. Certe vicende riassumono tutto quando c'è da dire sugli uomini, nel bene e nel male. Per capire il genere umano, un alieno dovrebbe forse proprio nascondersi nelle aule di un palazzo di giustizia».

Norma è una donna disabile, minata nel corpo e nella mente, che ha il coraggio di trascinare in tribunale un uomo che con la sua ricchezza, per ruolo sociale e tracotanza, sembra incarnare il potere stesso. Lei ha mai accettato di battersi per una causa persa in partenza? «Sì, mi è capitato e non solo in tribunale. Tutti i martedì mattina, dalle 7 alle 9, ricevo in municipio i cittadini che pur non avendo un appuntamento hanno voglia di parlare con me. Sono persone molto diverse dagli imprenditori che arrivano nel mio gabinetto in giacca e cravatta. In maggioranza si tratta di donne, chiedono solo che io le stia ad ascoltare».

Perché? «Mi dicono che il più delle volte hanno la sensazione di essere come pesci in  un acquario, urlano e nessuno le sta ad ascoltare. Nessuno si interessa alle loro ragioni, in fondo sono l'anello più fragile della catena».

Un sindaco confidente, avvocato, scrittore. Perché questo libro a quattro mani? «Perché le cose migliori devono essere condivise e sarebbe stato un atto di presunzione incredibile scrivere un libro sull'universo femminile senza l'apporto di una donna».

Allora chiedo a Elvia Grazi coautrice di Senza ragione, cosa significa scrivere a più voci. «Un romanzo non è mai un'avventura a senso unico, i protagonisti sono spesso tratti dalla vita comune, vengono traslati sulla carta perché hanno molto da raccontare e farli interagire con una storia, 'infilarli' in una realtà parallela, è come costruire un puzzle, ci si riesce meglio se qualcuno ti aiuta a trovare le tessere giuste».

Norma è un personaggio molto forte. «Sì e per vari motivi. Ci sono handicap che sono ancora più invalidanti di quelli fisici. La malattia psichica, ad esempio, difficilmente viene perdonata, in molti auspicano che chi ne soffre venga ospitato in una struttura protetta, in modo che non dia fastidio. E' un errore madornale, perché queste persone hanno un mondo intero da insegnarci. Basti pensare a quella donna straordinaria che è stata Alda Merini, così staccata dalla realtà da credere che si debba lottare, sempre, costi quel che costi, fino alla fine. Norma è proprio così, messa all'angolo dalla società è una che sa guardare oltre l'apparenza, andare al nucleo delle cose, capire l'essenziale. Mi ha dato molto, mi ha fatto scoprire  che sono gli occhi a fare la differenza. Il panorama è lo stesso ma ci sono occhi che sanno vedere e altri che si limitano a guardare».

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