Odoardo Fioravanti. Come ti trasformo il truciolo in oro

di Giulia Lina Callegari  

Intervista con un designer da Compasso d'Oro, amante dei trucioli e delle macchine industriali, perfezionista e preciso - come un appassionato di Bonsai - ma dal cuore tenero (tenerissimo) di un quasi papà. Incontriamo Odoardo Fioravanti.

Giulia Lina Callegari

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Odoardo, con alle spalle un Compasso d'Oro e una 'personale' alla Triennale ti senti un designer realizzato? Ammesso che ti piaccia essere chiamato così…

Sì sono un industrial designer e delle due parole mi piace di più "industrial", mi piacciono le macchine che fanno un gran fracasso e che fanno saltare fuori un pezzo disegnato da me, mi piacciono le scintille e i trucioli, mi piace andare nei peggiori bar e trovare lì le mie sedie perché sono prodotti che hanno una diffusione reale e non sterili speculazioni da blog. Credo che chi si occupa di creazione si metta in una condizione di ricerca permanente e instabilità che poi è il segreto della scintilla che ogni tanto salta fuori. Insomma guardare indietro e soppesare quello che mi è successo di bello e bellissimo non è una cosa che so fare. Sono molto più bravo a vedere quello che si può aggiustare, a cercare un miglioramento stando molto coi piedi per terra. Ma credo davvero che sia una caratteristica comune a molti progettisti e artisti.

Qual è stato il momento più difficile che hai affrontato? Otto anni fa, una nottata di lavoro per un progetto in cui il foglio bianco era una specie di buco profondissimo sulla scrivania e qualsiasi cosa ci disegnavo sopra sembrava esserne inghiottita. Ricordo il senso di frustrazione e inadeguatezza. Per fortuna alle prime luci dell'alba, dopo una notte in bianco, il foglio ha smesso di assorbire e una bella idea ha iniziato a galleggiare.

E quello più felice? La vincita del Compasso d'Oro per la sedia Frida, senza dubbio è stata una gioia grandissima. Ogni tanto ancora me lo guardo, come Fantozzi con la schedina vincente.

A cosa stai lavorando adesso? Un binocolo, un po' di sedie, letti, lampade, delle cuffie per ascoltare la musica.

Ma quanta parte del tuo lavoro è teoria, quanto è pratica? Direi che è un lavoro profondamente teorico, ma non di quelli che ti portano ad attaccare un'etichetta sugli oggetti. Sui miei oggetti non si legge un pensiero preconfezionato, non ti dico come usarli, come sorridere mentre li guardi, cosa fartene. Per me il pensiero non deve raggrumarsi ma sciogliersi nell'oggetto, fino a diventare una specie di anima delicata. Certo c'è una grande parte pratica, ma è un po' come per gli appassionati di Bonsai che stanno ore con le forbici in mano ma tagliano pochissimi rami.

L'ultima volta che hai pianto. Ho pianto come una fontana, con la mia compagna, quando abbiamo visto comparire nostra figlia sullo schermo di un ecografia. L'emozione più grande della nostra vita.

Hai sempre vissuto in Italia, con tutto il mondo a disposizione, posso provocatoriamente chiedere come mai? Ho perso alcuni anni per una scelta sbagliata dell'università. Mi iscrissi a Ingegneria perché non sapevo che quello che facevo fin da quando ero bambino si chiamava design. Quindi quando ho scoperto il design ho iniziato a correre per recuperare quegli anni che ho sempre vissuto come una perdita di tempo, anche se magari non è così. Per studiare design mi sono spostato a Milano che era già un piccolo Erasmus per me, essendo una cultura così diversa da quella in cui sono cresciuto. A quel punto non mi sono sentito di andare all'estero anche se mi sarebbe piaciuto, per la paura di perdere altro tempo. In realtà, ora che posso misurare i respiri, la tentazione si sta facendo forte. Ora ho la fortuna di uscire dall'Italia per lavoro e siccome mi piace molto, non escludo che in futuro mi possa spostare definitivamente.

Un libro che ha cambiato la tua prospettiva. Il libro Giustizia e Bellezza di Luigi Zoja per Bollati Boringhieri del 2007. C'è scritto tutto quello che un designer dovrebbe sapere. C'è la spiegazione del sospetto e della errata presunzione di soggettività con cui oggi molti guardano la bellezza. Da regalare ai pasticcioni che confondono la cosmetica con l'estetica.

Se fossi un edificio saresti… Un planetario: una scatola di cemento con dentro le stelle.

Mi dici un segreto?Riesco a spostare il pensiero con gli oggetti.

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