Ivan Pedri: «Noi, che disegnamo le cose che mancano»

di Giulia Lina Callegari  

Ivan Pedri, è un giovane e promettente designer. Scoprilo con noi

Giulia Lina Callegari

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E' giovane e brillante, è uno da tenere d'occhio. Ivan Pedri racconta se stesso e il suo modo di vivere il progetto - che comincia con un'affascinante contraddizione: perché quando deve disegnare qualcosa passa giorni o settimane intere senza disegnare niente.

Ivan, se dovessi spiegare il tuo mestiere di industrial designer a un bambino? Gli direi che siamo quelli che disegnano le cose che mancano e che abbiamo disegnato quelle che mancavano.

Quando hai deciso cosa fare da grande? C'è una memoria di infanzia legata al design? Non ricordo un momento particolare, ma ho un preciso ricordo di come in me dall'adolescenza in poi abbia preso forma un interesse preciso nei confronti degli oggetti. Ricordo che leggevo e rileggevo i manuali degli aggeggi elettronici che avevo in casa e mi sembrava ogni volta di capirne qualcosa in più. In realtà non avevo ancora nessun know-how di elettronica o simili, ma l'illusione era forte. E spostavo continuamente i mobili quando i miei genitori erano fuori.


Chi ti ispira? Chi è il tuo mentore virtuale? Se c'è? Ci sono designer, come Ettore Sottsass, che non riesco a smettere di guardare e soprattutto di leggere perché rappresentano una libertà di espressione, libertà e coerenza che oggi è difficile sperimentare nel design industriale. Poi c'è il cinema, l'arte, la letteratura, la filosofia. E ancora la possibilità che ho avuto di lavorare da giovanissimo per Stefano Giovannoni, che attraverso il proprio lavoro ha saputo insegnarmi molto senza il bisogno di dire nello specifico niente.

Adesso a che cosa lavori? Sto lavorando da circa un anno al lancio di un nuovo prodotto per una start-up che sarà sul mercato a Natale negli States. Non posso dire molto, ma si tratta di un design legato alla grande distribuzione nel settore premium, un contesto che mi affascina moltissimo per le possibilità che offre e per lo stretto rapporto che lega il designer alle dinamiche di mercato e alle aziende. Poi c'è il progetto di un tavolo e ancora una lampada - che dorme da un po' sulla mia scrivania. Al salone del mobile invece c'è stata un'installazione - in collaborazione con Art Gallery presso Altavia - dove è stato protagonista Boomo, un gioco per cani che ho disegnato per United Pets qualche tempo fa.

Non hai mai paura che l'ispirazione si esaurisca? Di lavorare in cerchio? No. In realtà credo che l'ispirazione sia solo una delle spinte che accompagnano la nascita e lo sviluppo di un progetto. Credo abbia a che fare con l'approccio. Quando devo disegnare qualcosa passo giorni o settimane intere senza disegnare niente: mi limito a immaginare, formare e ordinare nella mia mente le idee e soprattutto le sensazioni in un flusso continuo che lascio interrompere tranquillamente dalle cose di tutti i giorni, e in breve dentro di me si formano naturalmente le forme che cerco. Mi lascio contaminare da tutto quello che vedo e sento. Per me è il sogno ad occhi aperti il primo vettore della creatività.

C'è un'opera d'arte che ha cambiato la tua prospettiva sulle cose? Quindici anni fa a Londra un cartone di Leonardo, in una teca sotto vetro con una luce debole in una sala piccola e buia: mi annichilì completamente. Più recentemente qualsiasi opera di Bacon, dalla prima all'ultima.

Un viaggio che sogni: Il giro del mondo perché ho potuto viaggiare molto poco purtroppo. Tornerei a New York ogni volta che posso.

Il tuo lavoro è teoria o pratica? Il design è teoria e pratica. Quando confluiscono l'una nell'altra si dà vita ad un linguaggio coerente che ha a che fare con la cultura del progetto, con la storia del design e soprattutto con la storia delle persone, che per me rappresenta il fine ultimo.

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