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Gianni Biondillo, autore de Il giovane sbirro


10.05.2007

Gianni Biondillo:
«Milano? Meglio Quarto Oggiaro di Corso Como»

L'autore di Il Giovane sbirro descrive (e giudica) la città dei suoi romanzi, che è anche quella dove vive e lavora da architetto          Leggi la scheda di Il giovane sbirro

di Alberto Grandi

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Il romanzo è pieno di delitti da risolvere. Ha fatto correre la fantasia oppure ha tratto ispirazione dalla cronaca nera?
«Un po' tutte e due le cose. Uno scrittore agisce sempre su un doppio livello: è ispirato dalla realtà, poi dentro gli scatta la molla del «cosa succederebbe se» e così racconta storie verosimili».

I commissariati di polizia sono descritti come ambienti fortemente gerarchizzati e pieni di tipi un po' meschini. Li ha frequentati?
«No, ma le dico questo: il mio secondo romanzo, Con la morte nel cuore, ha vinto a Bologna il premio Franco Fedeli organizzato dalla SIULP (Sindacato Unitario Lavoratori di Polizia). La giuria era composta per metà da letterati, per metà da poliziotti. La motivazione del premio è stata la credibilità delle descrizioni degli ambienti di polizia. Io penso che, alla fine, tutti gli ambienti di lavoro si assomiglino. In un commissariato, come in un'azienda, c'è  il collega simpatico, quello meno, quello che ti vuole fare le scarpe...».

Ferraro, l'ispettore protagonista dei suoi romanzi, fugge da Milano ma poi ne sente la mancanza e ci torna. In che rapporti è lei con la città?
«Di odio e amore come tutti i milanesi. Mi invento weekend, ponti in luoghi lontani, ma poi ritorno. Perché? Il lavoro è la grande scusa. In realtà c'è un attaccamento più profondo».

Sono molte le storie ambientate a Quarto Oggiaro. Come si vive lì, oggi?
«Quarto Oggiaro è prima di tutto un luogo comune. Tutti pensano che sia un quartiere pericolosissimo, ma non è più così. Se mia figlia avesse 18 anni, starei meno tranquillo a saperla la sera in giro per Corso Como, con tutta la cocaina che circola, che a Quarto Oggiaro».

Quale Milano mostrerebbe a un amico straniero che non l'ha mai vista?
«La Milano del lavoro. Il lavoro onesto prima di tangentopoli, che ha reso grande questa città. Una Milano ancora rintracciabile nel quartiere dei ferrotranvieri di inizio '900 che si trova in via Mac Mahon oppure quello operaio dell'Umanitaria, fatto di casette piccole, ma costruite con criterio e dignità».

Invece qual è la Milano che proprio non sopporta?
«La Milano autocelebrativa della moda a tutti i costi, del design che deve essere per forza all'avanguardia e glielo dico io che di mestiere, oltre allo scrittore, faccio l'architetto».

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