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Let it be

Cover del thriller Let it be


12.09.2007

Romanzi / Thriller
Paolo Grugni: Let it be

Torna in libreria un thriller ambientato tra Milano e la Brianza, sulle tracce di un killer ossessionato dai Beatles. Ne parliamo con l'autore che lancia una sfida a tutti i fan dei «fab four»

di Alberto Grandi

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Leggo Let it be, thriller con cui Paolo Grugni esordì con Mondadori nel 2004 e oggi di nuovo nelle librerie con Alacran (8,90 euro, dello stesso autore e presso lo stesso editore è uscito anche Mondoserpente), e lo trovo un romanzo bello e duro. Pervaso da un pessimismo cupo, magari cosmico perché investe tutto: la vicenda (un serial killer massacra le sue vittime ispirato dalle canzoni dei Beatles), le ambientazioni (Milano non è mai stata così poco «da bere» e la Brianza, dove si svolge la seconda parte, è una terra di nebbia e poco altro), i personaggi (il protagonista che indaga, Tommaso Matera, non lo si può certo definire un tipo allegro) e lo stile. Grugni scrive con una brevità epigrafica. Pochissime descrizioni, dialoghi serrati da "duri e puri" che ricordano più gli hardboiled alla Dashiell Hammett che i thriller contemporanei alla Kathy Reichs.

Incontro Grugni per un'intervista e lo trovo pessimista come il suo libro e motivato mentre ne racconta la genesi: «A 40 anni mi sono detto: "ora o mai più". Mi sono chiuso in casa con l'obiettivo di scrivere un romanzo, lavorando 10-12 ore al giorno».
Il risultato? Tutto da leggere.

La prima parte della storia si svolge a Milano. Una città verso cui non mostri pietà.
«In realtà io ce la vedo un po' di pietà verso Milano, di ironia dolceamara. Comunque sì, è un brutto posto. Non consiglierei di viverci a nessuno. Pieno di gente furba ed arrogante».

Che però ti ha ispirato, visto che compare nel tuo romanzo.
«Sai, scrivo della gente e dei luoghi che conosco. Sono nato e vissuto a Milano. L'ho frequentata di giorno come di notte. La città è quella di Let it be, c'è poco da fare».

La seconda parte si svolge a Velate, paese immaginario...
«E immaginari sono una serie di elementi che ho inserito nel romanzo, ad esempio le cascate in Brianza. Poi qua e là ci sono frasi rubate ai testi dei Beatles che ho inserito in forma di dialoghi e descrizioni. Sfido i fan dei fab four a scovarle».

A proposito di Beatles: perché loro e non un gruppo altrettanto diabolico come i Rolling Stones?
«Perché i Beatles sono il gruppo pop più famoso del mondo. Se, oltre ad omicidi, nel tuo thriller vuoi parlare di musica e raggiungere un buon numero di lettori, con loro vai a colpo sicuro. Tutti li conoscono come conoscono la canzone Let it be».

Ma tu sei un beatlesiano «puro»?
«Non esattamente, ascolto altra musica. Tengo a precisare, però, che tutti i riferimenti ai Beatles, nel romanzo, sono corretti perché prima di pubblicarlo, ho sottoposto il manoscritto al Beatles fan club iatliano. E quelli sono dei correttori di bozze esigentissimi».

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