
27.02.2008
Amélie Nothomb: l'amore ai tempi del Giappone
Nel suo ultimo romanzo, Né di Eva né di Adamo, Amélie Nothomb ancora una volta si mette a nudo. Raccontando una storia d'amore all'epoca del suo soggiorno in Giappone
di Marina Nasi
Tokyo, 1989: Amélie (questo il nome della protagonista, per chiarire subito che, sì, è una storia autobiografica) ha intrapreso un viaggio nel passato per tornare, dal Belgio, alle sue radici giapponesi. Per riprendere in mano la lingua che ha parlato per i primi 5 anni della sua vita, si improvvisa insegnante della sua attuale lingua madre, il francese. A un annuncio in cui offre lezioni segue un incontro al buio con l'allievo, che presto diventerà l'amante. Come Amélie, Rinri ha 20 anni. È magro, educato, ricco e colto. I due intrecciano in fretta una relazione lieve, che li coinvolge serenamente, facendoli incontrare al di là delle barriere linguistico-culturali: lei impara il senso giapponese del koi, che si potrebbe tradurre "diletto", lui si diletta con l'amore assoluto all'europea.
Dopo averci raccontato il tragicomico tuffo nel mondo del lavoro giapponese in Stupore e tremori, con Né di Eva né di Adamo (Voland, 13 euro) la prolifica autrice belga (ma nata a Kobe nel 1967) torna su una sua antica storia d'amore, mischiando ironia e leggerezza, e osservando il Paese del Sol Levante attraverso gli occhi di una ventenne consapevolmente lost in translation.
Quanto c'è di autobiografico in questo romanzo?
«Il libro è totalmente autobiografico, tutto quello che vi racconto è realmente accaduto».
E oggi qual'è il suo rapporto con il Giappone?
« È come un amore che vivo da lontano. L'ultima volta che ho messo piede sul suolo giapponese è stata nel dicembre del 1996, quindi un bel po' di tempo fa. Rimane il paese che amo di più al mondo, ma ho deciso di amarlo da lontano, come un amore impossibile».
A proposito di amore, la protagonista del libro mantiene sempre una sana indipendenza, un intenso rapporto con se stessa e con la propria solitudine, anche nel bel mezzo di una storia d'amore che inizia. È una forza o un suo limite?
«Una forza, decisamente. Essere troppo dipendenti in amore non è mai un vantaggio, anche quando si è innamorati pazzi. Questo bisogno di solitudine e di indipendenza è una forza, assolutamente».
Anche la bellezza, in questo libro come in altri che ha scritto, è importantissima: ha forse un ruolo salvifico per lei?
«C'è una frase di Dostoevskij che dice 'la bellezza salverà il mondo': sono certa che sia vera, anche se non sono sicura di come interpretarla. Allora dovremmo pensare che le fotomodelle salveranno il mondo? Ovviamente no. Probabilmente è nella ricerca, quella ricerca di bellezza che ciascuno può fare, che si tratti di bellezza fisica, artistica o umana, che si può trovare la chiave della salvezza».
Dopo averci raccontato il tragicomico tuffo nel mondo del lavoro giapponese in Stupore e tremori, con Né di Eva né di Adamo (Voland, 13 euro) la prolifica autrice belga (ma nata a Kobe nel 1967) torna su una sua antica storia d'amore, mischiando ironia e leggerezza, e osservando il Paese del Sol Levante attraverso gli occhi di una ventenne consapevolmente lost in translation.
Quanto c'è di autobiografico in questo romanzo?
«Il libro è totalmente autobiografico, tutto quello che vi racconto è realmente accaduto».
E oggi qual'è il suo rapporto con il Giappone?
« È come un amore che vivo da lontano. L'ultima volta che ho messo piede sul suolo giapponese è stata nel dicembre del 1996, quindi un bel po' di tempo fa. Rimane il paese che amo di più al mondo, ma ho deciso di amarlo da lontano, come un amore impossibile».
A proposito di amore, la protagonista del libro mantiene sempre una sana indipendenza, un intenso rapporto con se stessa e con la propria solitudine, anche nel bel mezzo di una storia d'amore che inizia. È una forza o un suo limite?
«Una forza, decisamente. Essere troppo dipendenti in amore non è mai un vantaggio, anche quando si è innamorati pazzi. Questo bisogno di solitudine e di indipendenza è una forza, assolutamente».
Anche la bellezza, in questo libro come in altri che ha scritto, è importantissima: ha forse un ruolo salvifico per lei?
«C'è una frase di Dostoevskij che dice 'la bellezza salverà il mondo': sono certa che sia vera, anche se non sono sicura di come interpretarla. Allora dovremmo pensare che le fotomodelle salveranno il mondo? Ovviamente no. Probabilmente è nella ricerca, quella ricerca di bellezza che ciascuno può fare, che si tratti di bellezza fisica, artistica o umana, che si può trovare la chiave della salvezza».

















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