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26.05.2009

Vladimir Luxuria: «Ognuno dovrebbe diventare il proprio sogno»

La transgender più famosa (e impegnata) d'Italia pubblica
Le favole non dette
, sei racconti - in parte rivisitazioni di fiabe celebri, in parte inediti - sul desiderio di metamorfosi. E li dedica a tutti, soprattutto a chi non vuole disperare. Di Valentina Caiani

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Perché le favole non dette?
«Credo che qualunque scrittore cerchi di far conoscere delle storie che non sono note. Nel mio caso storie di persone transgender nella loro infanzia, persone che anni prima dello sdoganamento che si è avuto grazie all'evoluzione dei costumi (e in parte anche grazie a me), non potevano raccontarsi in famiglia, né tra gli amici né a scuola, figuriamoci in un libro».

Come li definiresti: sei racconti di...?
«Trasformazione, quella che spiega lo studioso Vladimir Propp nel suo famoso saggio La morfologia della fiaba a cui mi sono ispirato: l'eroe si trasforma e assume un nuovo aspetto. Nella tradizione solitamente è l'animale che si trasforma in uomo, un rospo che diventa principe; io mostro tutte le persone che hanno un corpo che non corrisponde alla propria psiche, emotività, anima e riescono a trasformarsi in quello che sentono di essere. 
Il mio Pinocchio non si trasforma da legno in carne, ma da bambino in bambina. E così vengono interpretate anche le favole Il brutto anatroccolo, La Sirenetta e altre tre originali».

Le tue storie sono raccontate dal punto di vista dei bambini...
«Sì, ho voluto parlare dell'infanzia dei transgender perché è importante vedere in ogni adulto quello che è stato da piccolo: facendolo riusciremmo a capirci di più gli uni con gli altri».

Non è anche perché un bambino forse ha meno preconcetti?
«Ovviamente. Quello che emerge da questi racconti è che c'è un'innocenza dei bambini, anche trans, mentre troppo spesso c'è una certa malizia, cattiveria, negli adulti».

Tutte le favole hanno una morale. Qual è quella comune a queste?
«Forse che non bisogna avere paura di mostrarsi per quello che si è veramente. E' giusto essere sinceri; è giusto non reprimersi. Poi, anche se ci sono ostilità iniziali, come nelle favole c'è il lieto fine: la verità e l'amore trionfano sempre».

"Non credere alle favole, la vita è un'altra cosa" è una frase comune. Tu cosa pensi?
«Non sono molto d'accordo con questa idea un po' materialista e cinica della società, anche perché cose che qualche anno fa non credevamo realizzabili si sono puntualmente verificate.
Bisogna continuare a sognare, a farsi contaminare dall'irrazionale, dalla magia... Come The Horror Picture Show insegna non solo bisogna sognare, ma diventare il proprio sogno (ndr: Don't dream it, be it)».

Spesso la realtà supera la fantasia... Qual è, secondo te, la favola più bella in cui viviamo?
«L'utopia della Biblioteca d'Alessandria d'Egitto, l'idea di poter avere una libreria che contiene tutto gratuitamente, ed è Wikipedia. L'ho consultata anche per il mio libro. Mi piace l'idea che basta un click per poter accedere alla conoscenza senza dover uscire di casa: questo accesso libero alla cultura, alla conoscenza, penso sia una favola che si è avverata».

E la favola peggiore dei nostri giorni?
«Considerarci in una fortezza inespugnabile, sia geograficamente, sia dal punto di vista identitario, e non far sbarcare il diverso da noi nella nostra vita e sulle nostre coste anche quando è una persona disperata che fugge da guerre, infibulazioni, violenza, fame, o fugge da nazioni in cui l'omosessualità, la transessualità sono punite con la pena di morte.
Respingere senza chiedersi perché una persona anche a rischio della propria vita si imbarca su una specie di sughero galleggiante per correggere la propria sfortuna».

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