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Gabriele Muccino, courtesy Fendi

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Come definiresti Gabriele Muccino come regista?

talentuoso
discreto
sopravvalutato

29.11.2006

Gabriele Muccino
«Che cosa mi manca»

È partito per l'America alla ricerca della felicità. L'ha trovata?
Nel lavoro sì: ha fatto un film che sa di Oscar. Ma nella vita le cose sono andate diversamente

di Paola Jacobbi, da Vanity Fair n. 48/2006

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Eccolo! L'ho visto! È il primo che vedo!». Gabriele Muccino applaude, esplosione di gioia sincera, gli è venuta la faccia di Totti dopo un gol. Come dargli torto? Siamo sulla Freeway 101, all'altezza di Oxnard, in direzione Los Angeles. Abbiamo appena incrociato, sfrecciando in auto, un cartellone pubblicitario di The Pursuit Of Happyness, che uscirà negli Stati Uniti a metà dicembre e in Italia, con il titolo La ricerca della felicità, il 12 gennaio.

Si è montato la testa?
«Riconosco che i motivi per montarsela ci sarebbero. Ma io l'impatto con il successo l'avevo già avuto in Italia e l'ho sempre vissuto con realistica paura e ragionevole cinismo. Tutto quello che c'è oggi, io lo so, domani potrebbe svanire come una bolla di sapone».

Com'è stare dentro la bolla?
«Sono qui dal giugno del 2005 ed è l'esperienza professionale più euforizzante della mia vita. Si entra in un mondo parallelo, surreale. Sono stato a una festa della mia agenzia (la Caa, ndr) dove c'erano circa 500 invitati. Di questi, solo quattro persone sconosciute: io e altri tre. Per il resto, andavi a sbattere contro Madonna, Nicole Kidman, Tom Hanks. Però questa è anche la città in cui, oggi, una Meg Ryan fa fatica a lavorare e dove George Clooney si è dannato l'anima per girare il suo secondo film da regista, perché il primo aveva incassato poco e non glielo volevano far fare».

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