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Andrea Occhipinti, 50 anni. Foto di Fabio Lovino

Andrea Occhipinti, 50 anni. Foto di Fabio Lovino


27.02.2007

Andrea Occhipinti: «Nascondevo di essere gay per restare un eroe romantico e credibile»

Con Vanity Fair, in edicola dal 28 febbraio, l'attore-produttore ripercorre le tappe principali della sua carriera. Di Paola Jacobbi da Vanity Fair n. 9

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Andrea Occhipinti oggi preferisce farsi conoscere come amministratore unico della Lucky Red, la società cinematografica che compie vent'anni nel 2007 e che ha appena messo a segno l'ultimo dei suoi colpi: i diritti del film cinese Il matrimonio di Tuya, Orso d'oro al Festival di Berlino, che si aggiunge all'altro cinese Still Life, Leone d'oro a Venezia e a una lunga lista di scelte intelligenti. Il ventennale di Lucky Red coincide con il compleanno di Occhipinti, che compirà 50 anni il 12 settembre.

"Ero un bel ragazzo, avevo voglia di indipendenza e scoprii che guadagnare un po' di soldi facendo spot pubblicitari era abbastanza facile. Quindi il passo fu breve verso la tv con la miniserie Quaderno Proibito, fino allo sceneggiato Rai La Certosa di Parma".

Lei era Fabrizio Del Dongo, eroe romantico per eccellenza. Fatale che diventasse un sex symbol, un po' come Alessandro Preziosi e Riccardo Scamarcio oggi.
"Era la parte che più mi infastidiva".

Perchè?
"Intanto perchè sono gay".

Il che rendeva imbarazzante girare scene d'amore con le attrici?
"Non per quello. Un attore può fare qualunque cosa. Marcello Mastroianni interpretò un omosessuale in Una giornata particolare, gli chiedevano come facesse. Lui rispondeva: "Io non ho mai ammazzato nessuno, eppure se al cinema faccio un assassino la cosa non provoca stupore". Però, essere gay, doverlo tenere nascosto perchè vieni considerato un sex symbol e dunque diventeresti poco credibile sullo schermo, è molto sgradevole. In più, mi rendevo conto che la mia carriera andava avanti solo in base alla mia bellezza esteriore e, come tutti gli esseri umani, avrei preferito essere apprezzato per altre qualità".

Il suo punto di svolta?
"Bolero, con Bo Derek. Io andavo per la maggiore, avevo appena avuto un grande successo con una fiction poliziesca, quei due pazzi arrivarono in Italia, cercavano un attore...".

I due pazzi?
"Bo e suo marito John, il regista. La lavorazione si svolse in un clima esaltato, assurdo. Dopo l'anteprima del film, me ne andai senza nemmeno salutarli e poi non ci siamo mai più visti e né sentiti".

Nel 1991 presentò Sanremo, con Edwige Fenech. Perchè accettò?
"Molto semplice. Pagavano benissimo".

C'è un regista per cui tornerebbe a recitare?

"Pedro Almodòvar. Non solo perchè è lui, ma perchè Donne sull'orlo di una crisi di nervi è il primo film che avrei voluto acquistare con Lucky Red.  Andai sul set a Madrid, uno dei più divertenti che abbia mai visto, e pensai che mi sarebbe piaciuto farne parte. L'idea di lavorare con Almodòvar è un sogno che mi ronza nella testa da allora".

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