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17.07.2007

Lapo Elkann: «Io combatto»

Il più imprevedibile degli Agnelli ha deciso di rimettersi in gioco e di raccontarsi a Vanity Fair, che gli dedica la copertina in edicola dal 18 luglio

di Sara Faillaci da Vanity Fair n. 29/2007

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Lapo Elkann è tornato a Torino, dove ha appena inaugurato gli uffici di Italia Independent, il marchio che ha fondato 6 mesi fa e che ha esordito producendo occhiali. Dopo lo scandalo del dicembre 2005 e quella notte che gli ha travolto la vita ce n'era abbastanza per decidere di riimanere in disparte.

Lei è uno degli eredi di quella che forse è la famiglia più importante d'Italia. Potrebbe vivere rilassato e invece fonda aziende, promuove idee, combatte in continuazione. Chi glielo fa fare?
«Io nella vita ho sempre voluto una cosa sola: essere rispettato come Lapo, e non per il mio cognome. Questo non significa che non sia orgoglioso delle mie radici e della mia famiglia: lo sono e so anche di essere molto fortunato. Ma, pur essendo un privilegiato, credo nella meritocrazia e sogno di diventare un self-made man. Vorrei dimostrare al mondo che sono capace di costruire un impero, magari tra dieci o vent'anni ma da solo».

Sempre stato così?
«Io a 9 anni ero già in collegio. E ci sono rimasto dieci anni».

Perché in collegio così piccolo?

«Perché non ero bravo a studiare, a differenza dei miei fratelli che lo erano e infatti andavano alla scuola pubblica».

Che ricordi ha di quel periodo?

«Tristi, perché soffrivo della lontananza dai miei fratelli, ai quali ero molto legato. Nel collegio poi vivi dentro una bolla, e io detesto le bolle. Quando uno prova a mettermi in una bolla, è il momento in cui la faccio scoppiare».

Che bambino era?
«Fisicamente ero cicciottello: biondo, quasi bianco, con le guance rosa, gli occhi azzurri e la pancetta. Non ero un bambino facile. Avevo un carattere forte, volevo sempre ciò che non avevo. Ero continuamente alla ricerca di sicurezze in me stesso, volevo dimostrare tutto a tutti. Non sopportavo le ingiustizie, amavo le persone, avevo bisogno di rapporti veri. E di felicità».

Non lo era, felice?
«Ero un sognatore, e non vedevo l'ora di lavorare. Ho frequentato tre collegi diversi − da bambini abbiamo vissuto in Francia, in Inghilterra e in Brasile − e nel collegio di Parigi invidiavo i miei compagni, ebrei sefarditi, perché i loro padri avevano i negozi. Per me negozio voleva dire lavoro, lavoro voleva dire stipendio e stipendio significava indipendenza».

A scuola, era leader o gregario?
«Ero rispettato perché mi scazzottavo. Ero un Gianburrasca. Sono scappato una notte dal collegio per vedere una ragazza. Mi è successo anche quando facevo il militare"».

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