Sharon Stone©Kikapress

24.10.2007
Sharon Stone: «Sicuri che l'Aids non vi riguardi?»
Sharon Stone arriva a Roma per mettersi all'asta. Solo sotto forma di fotografia, d'accordo. Ma quando in ballo c'è una buona causa (la lotta contro l'Aids), è il caso di fare i difficili? Se non siete convinti, lasciate che ve lo spieghi lei.
Di Paola Jacobbi su Vanity Fair n. 43/2007
...Ha perso anche degli amici a causa dell'Aids?
«A metà degli anni Ottanta, quando facevo la modella a New York, avevo molte conoscenze nel mondo della moda e del teatro. Ho visto tante persone care ammalarsi e cadere».
...In quegli anni si tendeva ad associare l'Aids all'omosessualità.
«Si è visto molto presto che non riguardava solo i gay: ma confinare la malattia alla comunità omosessuale ha fatto comodo ai moralisti».
...Di questi tempi, invece, il nuovo luogo comune sull'Aids è che sia una malattia ormai sotto controllo. I farmaci funzionano, la prevenzione ha ottenuto risultati.
«È quello che si vuole far credere. In realtà, i sieropositivi sono 40 milioni. Noi due stiamo parlando da dieci minuti. Ecco, in questi dieci minuti sono morti almeno dieci bambini».
...In questi anni, le serate come Cinema Against Aids hanno generato oltre 28 milioni di dollari di finanziamenti. Ma, all'inizio, non è stato facile convincere la gente a essere generosa.
«Quella prima volta a Cannes raccogliemmo solo centomila dollari. Vendemmo anche i contenitori di sale e pepe dei tavoli, e l'anellino che Naomi Campbell aveva all'ombelico. Nel maggio scorso, sempre a Cannes, di dollari ne abbiamo raccolti sette milioni. E avevamo una lista d'attesa di oltre duecento persone che volevano acquistare i biglietti».
...L'equazione celebrità-charity è diventata di moda. Perché, secondo lei?
«Perché le celebrità hanno tempo da dedicare. E più soldi da spendere».
...Ma tra figli, lavoro e beneficenza, non lo trova un posticino per un fidanzato?
«E perché? A me interessa solo l'amore, quello vero. Intorno a me vedo gente insicura, che si accontenta di sentimenti di bassa lega».
Leggi l'intervista completa su Vanity Fair n. 43/2007
«A metà degli anni Ottanta, quando facevo la modella a New York, avevo molte conoscenze nel mondo della moda e del teatro. Ho visto tante persone care ammalarsi e cadere».
...In quegli anni si tendeva ad associare l'Aids all'omosessualità.
«Si è visto molto presto che non riguardava solo i gay: ma confinare la malattia alla comunità omosessuale ha fatto comodo ai moralisti».
...Di questi tempi, invece, il nuovo luogo comune sull'Aids è che sia una malattia ormai sotto controllo. I farmaci funzionano, la prevenzione ha ottenuto risultati.
«È quello che si vuole far credere. In realtà, i sieropositivi sono 40 milioni. Noi due stiamo parlando da dieci minuti. Ecco, in questi dieci minuti sono morti almeno dieci bambini».
...In questi anni, le serate come Cinema Against Aids hanno generato oltre 28 milioni di dollari di finanziamenti. Ma, all'inizio, non è stato facile convincere la gente a essere generosa.
«Quella prima volta a Cannes raccogliemmo solo centomila dollari. Vendemmo anche i contenitori di sale e pepe dei tavoli, e l'anellino che Naomi Campbell aveva all'ombelico. Nel maggio scorso, sempre a Cannes, di dollari ne abbiamo raccolti sette milioni. E avevamo una lista d'attesa di oltre duecento persone che volevano acquistare i biglietti».
...L'equazione celebrità-charity è diventata di moda. Perché, secondo lei?
«Perché le celebrità hanno tempo da dedicare. E più soldi da spendere».
...Ma tra figli, lavoro e beneficenza, non lo trova un posticino per un fidanzato?
«E perché? A me interessa solo l'amore, quello vero. Intorno a me vedo gente insicura, che si accontenta di sentimenti di bassa lega».
Leggi l'intervista completa su Vanity Fair n. 43/2007

















commenti 0 commenti
Per vederlo pubblicato controlla la tua casella email e segui le istruzioni.