04.12.2007
Dalai Lama:
«Questa guerra finirà»
«La non violenza ha gettato un seme. Che non è morto». Prima di arrivare in Italia, Tenzin Gyatso ci affida la sua profezia di pace e la speranza di una nuova era. Favorita, magari, da una reincarnazione speciale
di Gabriele Romagnoli su Vanity Fair n. 49/2007
...In una intervista concessa a metà degli anni Novanta, lei disse che con la crisi delle ideologie e del materialismo sarebbero finite anche le guerre, e il ventunesimo sarebbe stato un secolo di pace. Ci siamo. E guarda. Che cosa è andato storto?
«Calma. Sono passati soltanto sette anni, ne restano novantatré. Aspettiamo a giudicare. Posso ancora avere ragione. La parte finale del Novecento è stata una grande esperienza, ha visto crescere la spiritualità e la non violenza, ha gettato un seme che non è morto, anzi. Quel seme crescerà, le guerre finiranno. Le guerre: inutili. Il blocco delle armi nucleari è un bene. Ci sono i segni positivi di una nuova era. È essenziale fare sforzi per rendere questo secolo il secolo del dialogo. La pace non significa non avere problemi, i problemi ci saranno sempre, ma bisogna saperli affrontare, trovando nuovi metodi, non usando la forza. La violenza porta altra violenza, nuova sofferenza. È una forma di suicidio».
Tra le cose che avrebbero dovuto aiutarci a raggiungere la pace, lei metteva la religione. Le sembra che stia davvero aiutando l'umanità, o piuttosto sia divenuta un pretesto per avvilirla e distruggerla?
«La religione aiuta. Aiuta se la usi propriamente. Seriamente. Sinceramente. Avevo questo amico ebreo che insegnava in una scuola a Gerusalemme. Diceva ai suoi studenti: se incontrate qualcuno che disprezzate, pensate che quel qualcuno è l'immagine di Dio. Tempo dopo un ragazzo palestinese gli disse che aveva seguito la sua lezione, mettendola in pratica ai check-point, davanti ai soldati israeliani, imparando a non detestarli. Ecco, la religione serve se è buona, tollerante. Se insegna la comprensione e il perdono. Esistono purtroppo molti manipolatori che la utilizzano per scopi diversi. Esistono in ogni religione e sono tutti pericolosi».
...Il futuro è difficile da prevedere. Lei è nato in una famiglia umile e a due anni si è trovato a essere onorato come la più alta autorità spirituale e politica del suo Paese. Mi tolga una curiosità: le è mai passato per la testa che la sua indicazione come quattordicesima reincarnazione del Dalai Lama possa essere stata uno sbaglio? Che quel piccolo Budda, se esiste, non fosse lei?
(Rifà la linguaccia) «Nooo. Non ci ho mai pensato. Un momento: se lei vuol sapere se io credo di essere la stessa persona che fu il tredicesimo Lama, ecco questo non lo so, ne dubito spesso. No, non credo di essere Lui, ma la Sua sostituzione, la Sua eredità, il Suo seme reincarnato. So che la reincarnazione è un concetto complesso, non si preoccupi».
...Esclude di poter rinascere come primo Dalai Lama donna?
«È possibile. Se la forma femminile sarà più utile, il Dalai Lama sarà donna. Nella tradizione tibetana, quella è la reincarnazione più alta. Quindi...».
Leggi l'intervista completa su Vanity Fair n. 49/2007
«Calma. Sono passati soltanto sette anni, ne restano novantatré. Aspettiamo a giudicare. Posso ancora avere ragione. La parte finale del Novecento è stata una grande esperienza, ha visto crescere la spiritualità e la non violenza, ha gettato un seme che non è morto, anzi. Quel seme crescerà, le guerre finiranno. Le guerre: inutili. Il blocco delle armi nucleari è un bene. Ci sono i segni positivi di una nuova era. È essenziale fare sforzi per rendere questo secolo il secolo del dialogo. La pace non significa non avere problemi, i problemi ci saranno sempre, ma bisogna saperli affrontare, trovando nuovi metodi, non usando la forza. La violenza porta altra violenza, nuova sofferenza. È una forma di suicidio».
Tra le cose che avrebbero dovuto aiutarci a raggiungere la pace, lei metteva la religione. Le sembra che stia davvero aiutando l'umanità, o piuttosto sia divenuta un pretesto per avvilirla e distruggerla?
«La religione aiuta. Aiuta se la usi propriamente. Seriamente. Sinceramente. Avevo questo amico ebreo che insegnava in una scuola a Gerusalemme. Diceva ai suoi studenti: se incontrate qualcuno che disprezzate, pensate che quel qualcuno è l'immagine di Dio. Tempo dopo un ragazzo palestinese gli disse che aveva seguito la sua lezione, mettendola in pratica ai check-point, davanti ai soldati israeliani, imparando a non detestarli. Ecco, la religione serve se è buona, tollerante. Se insegna la comprensione e il perdono. Esistono purtroppo molti manipolatori che la utilizzano per scopi diversi. Esistono in ogni religione e sono tutti pericolosi».
...Il futuro è difficile da prevedere. Lei è nato in una famiglia umile e a due anni si è trovato a essere onorato come la più alta autorità spirituale e politica del suo Paese. Mi tolga una curiosità: le è mai passato per la testa che la sua indicazione come quattordicesima reincarnazione del Dalai Lama possa essere stata uno sbaglio? Che quel piccolo Budda, se esiste, non fosse lei?
(Rifà la linguaccia) «Nooo. Non ci ho mai pensato. Un momento: se lei vuol sapere se io credo di essere la stessa persona che fu il tredicesimo Lama, ecco questo non lo so, ne dubito spesso. No, non credo di essere Lui, ma la Sua sostituzione, la Sua eredità, il Suo seme reincarnato. So che la reincarnazione è un concetto complesso, non si preoccupi».
...Esclude di poter rinascere come primo Dalai Lama donna?
«È possibile. Se la forma femminile sarà più utile, il Dalai Lama sarà donna. Nella tradizione tibetana, quella è la reincarnazione più alta. Quindi...».
Leggi l'intervista completa su Vanity Fair n. 49/2007
Guarda anche Tibet Land of exile
> La mostra promossa da Vanity Fair (gallery)
> Puja e personalità all'inaugurazione (video)
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