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08.10.2004

Anita Caprioli: «Le mie Cime Tempestose»

Dopo i sucessi di Denti e Santa Maradona la giovane attrice piemontese interpreta l'eroina di un kolossal televisivo tratto dal classico Cime tempestose

di Valentina Caiani

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Il 2004 č stato l'anno di Vittoria Puccini ed Elena Sofia Ricci interpreti principali rispettivamente delle fiction Elisa di Rivombrosa ed Orgoglio. Ora č l'ora di Anita Caprioli che si cimenta nel difficile ruolo di Catherine (o Cathy), la protagonista di Cime tempestose di Emily Brontė, l'unica vera eroina romantica del XIX secolo.

Con quali sentimenti hai affrontato un personaggio cult della letteratura quale č la Catherine di Cime tempestose?
«Con una grande felicitą: raramente capitano personaggi femminili di cosģ grande spessore e caratura. Proprio per questo all'entusiasmo si č accompagnato subito un certo timore per la sfida che mi si proponeva perché quello di Catherine č un personaggio anche tanto sfaccettato, pieno di piccoli equilibri. Ho vissuto il film con queste due emozioni contrastanti: contentezza e timore».

Cime tempestose č un film in costume. Com'č stato recitare indossando degli abiti ottocenteschi?
«Sicuramente i vestiti d'epoca danno una possibilitą in pił per capire a fondo e raccontare il personaggio. E' stato proprio come quando in teatro si lavora con costume e impianto scenografico, due elementi da cui derivano simboli e movenze e che aiutano nell'approccio culturale a un'epoca».

Un esempio?
«Si parla spesso dei bustini stretti dell'800. Effettivamente costituiscono un incredibile supporto estetico ma limitano nei movimenti. E in questo sentirmi limitata, ho compreso meglio gli atteggiamenti di Catherine e di una donna immersa in quel tempo e in quella societą».

In cosa le forti passioni narrate da Cime tempestose sono attuali e in cosa risultano datate?
«Quando Emily Brontė ha pubblicato Cime tempestose nel 1847 ha creato un vero e proprio caso, il libro č stato accolto come un romanzo molto moderno, di rottura. Trovo tutta la vicenda ancora molto attuale nel senso che dovrebbe farci riflettere su quello che era il romanticismo, il dare voce alle passioni pił interne. Noi oggi le abbiamo represse senza rendercene conto, viviamo quasi sotto anestesia, siamo soggiogati a stereotipi».

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