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Ambra Angiolini

Ambra Angiolini


12.12.2007

Ambra Angiolini:
«L'amore non è una casa»

«L'amore è il non voler sapere più di tanto, è la distanza che bisogna mantenere, è l'aria in mezzo». Lei per trovarlo, ci ha messo mezza vita. E lo ha trovato quando ha smesso di cercarlo negli altri.
Di Enrica Brocardo su Vanity Fair n. 50/2007

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Nella vita è stata più tradita che traditrice?
«Siccome non mi è facile provare desiderio nei confronti degli uomini, è sempre successo che a guardarsi intorno fossero prima gli altri».

Lei ha detto più volte di considerare il tradimento accettabile. 

«Se fatto con eleganza, sì. Ovvero: devi saper gestire la situazione, sforzarti di non farmene accorgere. A queste condizioni, ci può stare in una storia lunga, fatta di fasi diverse: la "cecità", all'inizio, poi la convivenza, il periodo "non ti sopporto". In passato ho buttato via giornate a cercare indizi, una roba alla CSI. Poi, mi sono detta: "Ma quanto tempo sto sprecando?"»

Non  dirà che ha smesso solo per non «sprecare tempo»?
«Ho cominciato ad avere fiducia in me, invece di cercare conferme nell'altro. Ho capito che l'unica cosa che posso davvero controllare è quello che faccio io, e che le risposte di cui ho bisogno posso averle dando io, per prima, un segnale. Lavoro su di me, non cerco più di cambiare chi mi è vicino» 

Quindi niente più scenate?

«Ogni tanto gliene faccio una, magari solo con la scusa di una tazza fuori posto. Altrimenti si preoccupa, dice che non lo amo più come prima».

Ma momenti davvero difficili ne avete avuti?

«La fatica in un rapporto è legata per lo più alla quotidianità. Un giorno ti svegli stanco, o di umore storto, e ti pesa il fatto che le tue giornate comincino e finiscano sempre allo stesso modo. Altre volte, le crisi sono nate dalle sue evasioni».

Evasioni in che senso?

«Di testa. Spesso Francesco è seduto lì, ma non c'è. È il tipo che se gli dici: "Senti, ti devo parlare", si mette il giubbotto e va via. Ho imparato ad accettarlo: se comunicare con lui significa rincorrerlo mentre si arriccia i capelli, pensa e guarda l'infinito, va bene così».  

Francesco  Renga, le ha fatto fare pace con se stessa?

«Prima di metterci insieme, per due anni siamo stati solo amici. Eppure, già allora, mi sono resa conto che stavo cominciando a "guarire". Per la prima volta nella mia vita, avevo trovato una  persona che mi faceva sentire utile, bella, intelligente, sicura di me. Facevamo lunghe chiacchierate per telefono, poi lui ha cominciato a scrivermi lettere».

Anche la maternità deve aver segnato un cambiamento notevole.

«All'inizio è stato drammatico: era qualcosa che non potevo controllare, mentre io avrei voluto guardare dentro le mie budella. Poi, per la prima volta, ho sentito che la testa andava in vacanza, e che iniziavo a vivere con leggerezza».

Quando si è accorta di essere un'icona gay?

«Fin dall'inizio di Non è la Rai: i miei fan club, in pratica, erano succursali di Muccassassina (storico locale gay di Roma, ndr). Qualche anno dopo, cominciai a fare volontariato al circolo Mario Mieli di Roma. Ho conosciuto storie terribili: ragazzini cacciati di casa solo perché omosessuali».

Ha mai pensato di poter avere una storia con una donna?
«Non ho mai escluso la possibilità, ma un coinvolgimento chimico con una donna non l'ho mai provato. Eppure i complimenti più espliciti li ho ricevuti proprio da loro. Ce ne sono state alcune che, per me, avrebbero fatto follie».

Che cos'è la costruzione di un amore?

«Non è una casa, non sono i figli. È qualcosa di molto meno rassicurante: il non voler sapere più di tanto, le distanze che, per noi che viviamo a Brescia, sono più facili da mantenere, perché ogni volta che vai via devi "staccare" da casa, almeno per due giorni. Insomma, l'aria in mezzo».

Su Vanity Fair n. 50/2007

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