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Jovanotti

Jovanotti


02.01.2008

Jovanotti:
«Io lo so che non sono solo»

Il fratello che non c'è più: «lo sento ancora, me lo porto dentro». Il padre che sta male: «Dopo tanto tempo riusciamo a parlare, ora che lo accompagno a fare la chemio». La compagna che è al suo fianco da quindici anni: «Abbiamo avuto le nostre tempeste, con lei ho fatto persino terapia di coppia». Bisogna salire in macchina con lui, mentre la radio canta la sua canzone, per capire che cosa lo fa continuare a sorridere, «anche quando sono solo».
Di Gabriele Romagnoli su Vanity Fair n. 1/2008

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...È sempre meglio adesso?
«Sì».

...Va bene, ma mi racconti come era cominciata?

«Roma, 1966. Nasco terzo figlio, che è già un vantaggio, perché sui primi i genitori esercitano più controllo, hanno più speranze, dopo abbassano la guardia e così sono stato più libero».

...Padre severo?

«No, benché una specie di poliziotto, una guardia vaticana. Sono cresciuto con la Radio Vaticana nel citofono, nel telefono, perfino al frigorifero, in una stanza che alla finestra aveva il cupolone, ho toccato un Papa, mio padre ci ha viaggiato».

...Tu e tuo padre siete un raro caso di maschi appartenenti a generazioni diverse che si parlano?
«In realtà stiamo riuscendo a farlo soltanto adesso. Da quando lui si è ammalato. Lo accompagno a fare la chemioterapia, lo riporto a casa, lui tira fuori un sacco di cose. Sta reagendo, molto bene anche. E gli è venuta una specie di adrenalina da quando, due mesi fa...».
 Ci fermiamo al distributore. Il benzinaio riconosce Jovanotti, ma dopo uno slancio di allegria si frena. Dice: "Condoglianze, mi è dispiaciuto molto per suo fratello". Lui ringrazia, gli stringe la mano, sorride, saltella dentro l'auto.
«... Umberto era il fratello grande, diciannove anni nella stessa camera. Era quello straordinario, quello cristiano, quello che scrisse nel tema: "Amo Dio e gli uomini". È morto con l'aereo, incredibile, non facevamo che parlarne, ero diventato anch'io un esperto di incidenti aerei a forza di chiedergli: "Come fa un aereo ad andare giù?". Poi il suo aereo è andato giù...».

...Che cosa è rimasto?

«Niente, tutto. Lo sento ancora, lo sento nell'abbraccio. Lo sento quando meno me l'aspetto, prendi Bob Dylan. Lui ci andava matto e improvvisamente, giorni fa, a New York, ho ascoltato Bob Dylan e mi è sembrato diverso. Lo ascoltavo con le sue orecchie, in qualche modo lo sto portando dentro. Poi c'è il dolore, il dolore che non passa e quasi ho paura che passi. Il dolore può darti forza, insegnarti qualcosa. Ognuno ha il suo modo di viverlo, mio padre parla e combatte il tumore, mia madre mette a posto. Lei è sempre stata quella che metteva a posto. Forse anche per quello sono diventato un artista, per non dover mettere a posto».

Leggi l'intervista completa su Vanity Fair n. 1/2008

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