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Dr. Robert Rey. Foto Kikapress

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28.04.2008

Dr. Rey: «Devo tutto
a due missionari americani»

Una vera success story, da San Paolo del Brasile a Harvard.
Via Salt Lake City
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di Andrea Carugati/Kikapress

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«Per me il neo  di Cindy Crawford, che di fatto è una imperfezione la rende perfetta. Non c'è regola, ma ci sono modelli e non li ho fatti io. E modificare il proprio corpo è tradizione millenaria. Si pensi ai piedi delle donne giapponesi, al collo delle donne africane e via di seguito. E poi, io che sono brasiliano, sono fiero della chirurgia plastica. È una delle due cose che hanno inventato in Brasile. Non avremo premi Nobel, ma abbiamo inventato il tanga e la chirurgia estetica e abbiamo dato una svolta al modo di intendere la sessualità».

Ma lei come ha fatto a diventare un chirurgo plastico essendo cresciuto in una favela?
«Devo tutto a due missionari americani. Bussarono alla porta di casa mia quando avevo circa undici anni ed ero già su una brutta strada. Avevo già rapinato un negozio e avrei fatto la fine dei miei amici, che ora sono morti o in prigione. Loro mi hanno salvato. Hanno convinto quel fallito di mio padre a farmi andare e mi hanno adottato. Non dimenticherò mai il momento in cui a bordo di una nave da carico avvolta nella nebbia ho visto per la prima volta la Statua della libertà. In quel momento ho capito che ce l'avrei fatta. Non dimenticherò mai quelle persone: eravamo quattro piccoli e sporchi brasiliani e loro hanno aperto la porta e ci hanno dato le stanze dei loro figli. Spesso si fa molto humour sui mormoni, ma non è giusto: è gente con un gran cuore. E mi hanno mandato a studiare ad Harvard. Lo dice e gli si bagnano gli occhi: "Mi commuovo sempre quando ci penso" e mi ricordo lo shock: passare da San Paolo a Salt Lake City. Che momenti. Poi sono riuscito a iscrivermi ad Harvard e, una volta a Beverly Hills, ho avuto la fortuna di inventare un modo per aumentare il seno senza lasciare cicatrici ed è iniziato tutto».

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