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Civita @Yuri Kozyrev


24.09.2009

Se parli ti ammazzo

Guardate Civita. Sentitela piangere mentre racconta come, a 9 anni, venne stuprata e minacciata di morte da un comandante dell'esercito...

Di Imma Vitelli su Vanity Fair n° 34

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[...] Tra i tanti inferni che ho ascoltato, negli uffici di madame Salimi, mi ha colpito quello di Civita. La sua vita è cambiata a 9 anni, oggi ne ha 11, e un faccino da angelo compunto sotto il velo bianco. L'accompagnano la mamma e la sorella Solea; è lei che ricostruisce i fatti della mattina in cui mandò la piccola con due secchi a prendere l'acqua al pozzo più vicino alla loro casa di Sheberghan. «Aspettiamo, ma non torna. Chiedo a mia madre: ma dov'è finita?».

Solea apre la porta e la vede: sta appoggiata al muro, muta. Alza la testa e riconosce l'uomo in uniforme dentro la jeep rossa: è Safa Khan, un vicino di casa, comandante dell'esercito. L'uomo dice che Civita ha avuto un incidente d'auto. Solea chiede spiegazioni alla sorella, che non dice niente. Vaga per le stanze, perduta. La mamma nota che i pantaloni sono coperti di sangue. Urla: «Che cosa è successo?». Escono per andare a chieder consiglio al nonno, la strada è piena di soldati. Vanno infine dal governatore, che non li riceve, alla polizia e all'ospedale. Mentre ricorda, Solea si commuove. Guarda la piccola Civita, le dice: adesso parla.

La piccola siede in silenzio, trema. Vorrei non ascoltarla, vorrei non intervistarla, ma la sorella e la madre dicono: parla, tesoro, parla, ti fa bene, parla. E lei, con la sua vocina esile, parla. Sputa le parole come una bevanda amara bevuta per sbaglio. «Vado a prendere l'acqua, fuori c'è il vicino, dice: vieni, il tuo papà è malato, ti porto a vederlo all'ospedale. Mi prende e mi mette dentro la jeep e mi porta alla caserma dei militari, mi attacca, io svengo, quando apro gli occhi mi mette una pistola alla tempia e dice: se parli ti uccido, hai avuto un incidente. Poi mi porta al bazar e mi compra delle mutande rosse e delle scarpe rosse e un panino al kebab». Si copre il piccolo viso con le mani. Piange. Piange la sorella. Piange la madre.

«Sfortunatamente questo crimine bestiale è stato commesso da un uomo istruito che indossa l'uniforme, e che dovrebbe proteggere la nostra gente e  la nostra terra», dice Solea. Al comandante hanno dato 15 anni in primo e secondo grado. Solea vuole di più: «Mio padre è morto d'infarto. Lui è vivo. Voglio bere il sangue di quell'uomo. Lo voglio morto».

Civita è tornata a scuola, ha fatto la prima media, ma la scortano le sorelle, temono per lei. La vita è difficile, senza il papà. Saltano i pasti. Le ragazze ricamano burqa che vendono al bazar, ma rendono poco. «Al tempo dei talebani noi donne stavamo meglio», dice Solea. «Non avevamo questi problemi. Ai signori della guerra interessano solo i soldi e le donne, e dove li trovano, soldi e donne, se li prendono».

[...] Così vanno le cose, nell'Afghanistan liberato e governato dagli alleati dell'Italia, dell'America e della Nato.

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