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Jason Reitman scherza con Clooney e con i fotografi al <I>Roma Film fest</I> (ph Raffin/Kikapress)

Jason Reitman scherza con Clooney e con i fotografi al Roma Film fest


22.10.2009

Jason Reitman:
«Che mostro Clooney!»

Nel senso buono, si intende. George per il regista di Juno e Thank you for smoking è una piacevole scoperta, un'attore così complice da esigere pochissimi ciak    di Valeria Blanco

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«George Clooney? E' la moviestar meno moviestar con cui ti capiterà di lavorare». Parola di Steven Soderbergh cui Jason Reitman - regista di Up in the air e già vincitore del Marc'Aurelio d'oro al Festival internazionale del film di Roma con Juno, nel 2007 - ha chiesto consigli prima di iniziare a lavorare con George Clooney.

Il film, in concorso al festival di Roma, uscirà nelle sale il 15 gennaio. Racconta la storia di un tagliatore di teste che, dopo anni spesi a zonzo tra gli aeroporti di tutti gli Stati Uniti, incontra una donna e si sente pronto a cambiare la propria vita con una più stabile e sedentaria. A lavoro ultimato, Reitman si dice soddisfatto: «Ho iniziato a lavorarci sette anni fa - racconta - e allora la disoccupazione non era ancora un'emergenza mondiale. La crisi economica di questo periodo rende il mio film estremamente attuale».
Reitman è entusiasta soprattutto del protagonista: «Mai, quando ho iniziato a scrivere la sceneggiatura, avrei immaginato che il protagonista potesse essere George Clooney».

Alla fine, com'è stato lavorare assieme?
«Estremamente semplice. George è un attore che pensa da regista: mentre recita riesce a pensare alla luce, alla posizione della camera e a tanti altri dettagli tecnici che chi non è un regista non considera. Abbiamo ripetuto le scene poche volte: due o tre ciak al massimo. E' stata una delle esperienze più belle della mia vita».

Clooney ti ha definito un regista che non soffoca. Tu come lo definisci?
«L'attore che tutti vorrebbero avere. Ho persino modificato intere parti della sceneggiatura perché gli potessero calzare meglio addosso».

Up in the air è tratto da un romanzo di Walter Kirn, ma se ne discosta molto. Come mai?
«Avevo in mente una mia storia e a un certo punto mi sono imbattuto in questo romanzo e ho pensato: "Wow, questo ha trovato le parole per dire quello che voglio". Poi, però, ho sentito l'esigenza di aggiungere delle cose, come i personaggi femminili che, nel libro, sono praticamente assenti. Nel frattempo mi sono sposato e ho avuto una bambina: io sono maturato e il mio personaggio è cresciuto con me».

Come mai tutta questa attenzione ai personaggi femminili?
«Sono sempre stato attratto dal modo in cui le donne sono venute fuori dopo il femminismo. La nostra è la prima generazione di donne senza lavoro, oppure di donne che lavorano tanto e a un certo punto si rendono conto desiderano dei figli e una famiglia, e devono pensare a come conciliare le due cose. Mia moglie mi ha aiutato molto. E' a lei che ho chiesto cosa desiderava per la sua vita quando aveva 18 anni, per poi trasferirlo pari pari nella sceneggiatura».

In che modo la sua vita personale ha influito sul film?
«La vita si evolve e io ho smesso di pensare ad essa in maniera superficiale. Adesso che sono padre, mi sembra naturale cercare la sostanza, andare a misurare il peso delle relazioni umane nella vita».

Si dice che un regista fa sempre lo stesso film. Anche nei suoi è facile vedere un filo conduttore: quello dei rapporti interpersonali...
«Sono contento che si veda un filo rosso nei miei lavori: significa che faccio cose personali. Ed è vero, parlo dei rapporti perché, di base, le persone mi piacciono».

Che rapporto hai con tuo padre Ivan, il regista di Ghostbusters?
«Mio padre è il mio eroe e sono fiero di essere suo figlio. So bene, però, che non arriverò mai dove è arrivato lui. A proposito... Attenti, sta preparando Ghostbusters 3».

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