Conviene visitarlo più volte, l'ultimo nato di casa Eataly, quello romano
all'ex Air Terminal della stazione
Ostiense. Prendere fiato, entrare con rispetto - perché di
quello che mangiamo, spesso, ne sappiamo meno dell'1%. Scegliere
magari un pacco di pasta Gragnano e un pelato d'eccellenza, un
acquisto semplicissimo, pagarli alle casse e cucinarsi lo spaghetto
casa. Sentire che è diverso. Assaporare echi da tempo precipitati
nell'oblio. E poi tornare, e scalare i quattro
piani (che fanno 17mila metri quadri)
dove scoprire un mondo che è il nostro, quello del "fatto
in Italia" di altissima qualità , ma che abbiamo
dimenticato per correre appresso alla mediocrità imperante del
"made in everywhere".
Diciannovesimo nato del colosso distributivo mondiale spuntato
nel 2004 dalla testa del baffuto e paffuto Oscar
Farinetti Eataly, prima di essere un luogo di commercio (e
ne fa una montagna, dando lavoro nel complesso a 2.300
persone dal Giappone a Torino, presto a Chicago e in
Sudamerica e 500 solo nella Capitale) è il
tempio di una filosofia. La concretizzazione di
quel pretenzioso ma trascinante manifesto
teorico che tira le fila del gruppo e che tutti,
qui, sembrano poter recitare a memoria. Quello delle persone
innamorate dei cibi e delle bevande di qualità, che a prezzi
abbordabili cercano di venderli confezionandoli con la
consapevolezza, l'approfondimento, il rispetto
delle radici e delle tradizioni. In una parola, per dirla col
patron Farinetti (che ha delegato la gestione della sede romana a
uno dei due figli), "imparare & godere".
Eventi, corsi didattici per bimbi e anziani, autentici happening
con chef stellati da tutto il globo, chicche
introvabili, prodotti freschi di ogni genere, 1.500 posti a
sedere per coccolare pancia e palato con le raffinatezze
semplici di una piadina o di un panino o le creazioni complesse del
Ristorante Italia. Eataly è un'autentica e labirintica
gastronave: un luogo immenso per decollare (e
ritrovarsi) fra i piaceri del gusto. L'unico modo per raccontarvi
questo strano individuo che ha invaso la fascinosa struttura di
Julio Lafuente, fino a pochi mesi fa mesta carcassa dei mondiali di
calcio del '90 buona per poveri cristi, era passarci delle
ore. Mangiare (ovvio, e con piacere) conoscere, stringere
mani, entrare nelle tante cucine e nei laboratori, studiare
etichette. E poi alzare la testa, sparare un colpo d'occhio
complessivo e riabbassarla. Per cercare di capire, senza riuscirci
se non dopo qualche secondo, se siamo a New York, a Tokyo o nella
vecchia Roma. Ecco i venti scatti della nostra
sorprendente immersione eatalyana.