I paesaggi gastronomici
di Christopher Boffoli

di Simone Cosimi 

Fra cibo e fotografia, il fotografo italoamericano costruisce nei suoi food landscapes un universo parallelo in cui il cibo diventa insieme ambientazione e protagonista. Per un popolo di lillipuziani

Simone Cosimi

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Avvolgenti paesaggi gastronomici nei quali sottili omini di proporzioni lillipuziane posano rilassati, impegnati nelle attività e negli impieghi più vari e sorprendenti della vita: puliscono, mangiano, pedalano in mountain-bike, tagliano l'erba. O, più semplicemente, si beano pacifici di quell'assurdo mondo in cui l'artista statunitense Christopher Boffoli ha voluto catapultarli. E che li circonda di strane tinte e inusuali forme. Un universo costruito a suon di rigatoni, coni gelato, succulenti hot dog, scorze di limone, immense ceste di ciliegie, tostapane e torte rustiche che si trasformano in ghiotte superfici lunari. Sono i food landscapes, gli orizzonti di cibo fotografati per la serie Big Appetites, che da qualche tempo girano le gallerie, e i magazine, di mezzo mondo. Fruttando al creativo di Seattle - in realtà attivo su più fronti, dal cinema alla scrittura - una clamorosa popolarità.

«Mi sembrava che il cibo potesse costituire un fondale perfetto - racconta Christopher Boffoli a The Kitchn - bello in termini di colori e sfumature, specialmente quando fotografato con lenti grandi e luminosità naturale. Inoltre il cibo accomuna chiunque nel mondo, senza badare a cultura, lingua e situazione sociale, ci è subito famigliare, di solito non crea contrasti».

Ecco dunque che nella sua straniante realtà parallela, alimentata da un progetto che continua ad arricchirsi di mese in mese, spuntano raffinati soldatini dalle fattezze umane («Essenzialmente giocattoli - aggiunge l'artista - anche questi elementi universali») che in quel contesto alla Willy Wonka sembrano trovarsi perfettamente a loro agio. Anche nel senso, tornando a parlare di arte contemporanea, della percezione da parte dell'osservatore: c'è bisogno di qualche secondo per apprezzare con precisione la minuziosa messa in scena di ogni scatto, coloratissima e rilassante diapositiva d'esistenza quotidiana proiettata fra fiumi di maionese e seggiole di grano duro.

In gran parte autodidatta, Boffoli - classe 1969 - ha iniziato a scattare per hobby mentre studiava giornalismo al college. Ha girato il mondo - schivando poi l'11 settembre e un brutto incidente in alta quota - finendo infine a lavorare per una decina d'anni nel fundraising per scuole d'élite (settore da noi inesistente ma che nel mondo anglosassone costituisce uno dei principali filoni di finanziamento), ambito meticcio che gli è servito a illuminarsi su come mettere a frutto le sue capacità fra video, immagini e grafica: «L'origine di Big Appetites risiede molto nella mia infanzia e nei mezzi di comunicazione che l'hanno popolata - ha detto a Leftfieldproject. - C'erano così tanti film e programmi tv che sfruttavano il potenziale, comico o drammatico, della giustapposizione di differenti scale di dimensioni: esseri microscopici in un mondo enorme, per esempio, tema classico della letteratura fino ai Viaggi di Gulliver e forse anche prima. Era una realtà affascinante per i bambini, che vivono in un mondo fuori dalla loro portata e collezionano oggetti ancora più piccoli, proprio come facevo anch'io: macchinine, trenini, aerei e barche. Il dettaglio mi rapiva».

Un rapporto, quello con la cucina, che invece lo riguarda da vicino. Anche perché, come s'intuisce dal cognome, è mezzo italiano: «Cucino e me la cavo anche con cose più complesse - aggiunge Boffoli - ho un sacco d'attrezzature professionali nel mio studio e, quando non faccio foto, scrivo anche di cibo per alcuni magazine di Seattle. Penso di avere qualcosa nel Dna che mi lega al cibo, viste le mie origini. Cucinare, come scrivere o fare foto, è un canale per esprimere la nostra creatività . È un'attività che coinvolge tutti i sensi, mobilitati verso un unico obiettivo».

DA STYLE.IT

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