Mattia Pastori:
«L'aperitivo più glam?
Ispirazione anni '60»

di Alice Politi 

A tu per tu con uno dei nuovi talenti italiani del bartending internazionale. Per fare il punto su elementi e tendenze della mixology (e provare i suoi cocktail!)

Alice Politi

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Ventotto anni e un'esperienza lunga più di dodici anni. Aggiungetevi poi stile, creatività, attenzione per i dettagli e una determinazione alimentata dalla grande passione che nutre per il suo lavoro. Mattia Pastori, bartender del Bamboo Bar dell'Armani Hotel di Milano si è aggiudicato la seconda semifinale italiana di Diageo Reserve World Class 2013, il progetto internazionale dedicato alla cocktail culture d'eccellenza, che coinvolge, ogni anno, oltre 15mila professionisti della mixology di tutto il mondo. Un programma che seleziona, in pratica, l'élite internazionale dei bar tender, mettendone alla prova il talento, la competenza, la creatività, la conoscenza, la tecnica, il carisma e la padronanza dietro al bancone.

Tra qualche settimana Mattia volerà a Madrid insieme a Daniele Gentili, vincitore della prima semifinale di Diageo World Class Italia svoltasi a Roma in gennaio, per contendersi il titolo di Miglior Bartender d'Italia. Chi tra i due ce la farà, conquisterà l'accesso alla finale mondiale in luglio, rappresentando il nostro Paese nella competizione più complessa e di più alto profilo nel mondo del bartending. L'abbiamo "intercettato" prima della sua partenza…

Qual è stata la prima cosa che hai pensato quando hai saputo di aver vinto?
«Che lo desideravo davvero tanto! Poi mi sono venute in mente le parole di mio padre: "Quando vuoi una cosa puntala con gli occhi, con la testa e con il cuore. E tenta di prenderla"».

Che interpretazione hai voluto dare alla tendenza rétro chic?
«Nei miei cocktail l'ho riletta in stile pop art, vicina al popolo. Non un'emozione solo per pochi, ma aperta a tutti (scopri le due ricette per cui è stato premiato, sfogliando la gallery, ndr)».

Che cosa è esattamente la mixology?
«L'arte di saper miscelare prodotti di altissimo livello con quelli che ci dà la natura, come frutta e spezie; e anche con altri prodotti del mondo beverage. In più, si aggiungono passione, stile, ricercatezza, elementi chiave del bartending».

Perché ti appassiona questa professione?
«Mi piace l'idea di poter offrire un'emozione alla persona che viene da me per un drink».

Qual è il tuo punto di forza?
«Ho un rapporto facile con le persone, cerco di non creare mai "muri". Dare il benvenuto con un bel sorriso e un buon saluto è un elemento fondamentale».

Cosa ti ispira nella creazione di un drink?
«Sicuramente la persona che ho davanti, ma anche le condizioni atmosferiche, l'orario. E poi il mood del luogo in cui ci troviamo: fondamentale è la musica, per esempio. Con l'obiettivo, in pratica, di  personalizzare un drink il più possibile».

Qual è il tuo cocktail preferito?
«Gintonic Tanqueray Ten».

E quello da provare almeno una volta nella vita?
«A volte l'emozione più semplice sta nelle cose più comuni… Quindi, perché no: un Margarita!».

Ci dai un'idea delle nuove frontiere dell'aperitivo?
«Sono molto trendy i cocktail caraibici, così come l'arte del japanese bartending. Ma penso che gli italiani dovrebbero guardare alla propria storia e ispirarsi di più alla grande tradizione dell'aperitivo anni '60, puntando sui classici: Vermut, Bitter, Biancosarti, Cinar, Ramazzotti… magari mixati al succo dei frutti del nostro Sud! Un cocktail esemplare, in questo senso, è il Bellini: spumante italiano e frutta fresca».

In definitiva, un cocktail è perfetto quando…
«…si sposa perfettamente con il momento in cui lo si gusta».

DA STYLE.IT

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