Internet for peace

18 novembre 2009 
<p>Internet for peace</p>
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Candidare internet al Premio Nobel per la Pace 2010 è l'ultima geniale idea di Wired Italia che dedicherà il suo prossimo numero - che uscirà in edicola sabato 21 novembre - a questa interessante iniziativa. Il concetto è nato da un'affermazione di Rita Levi Montalcini: "La rete è destinata a cambiare il mondo".

Così Riccardo Luna, direttore di Wired, commenta Internet for Peace: "Dobbiamo guardare a Internet come a una grande community in cui uomini e donne di tutte le nazionalità e di qualsiasi religione riescono a comunicare, a solidarizzare e a diffondere, contro ogni barriera, una nuova cultura di collaborazione e condivisione della conoscenza. Internet può essere considerato per questo la prima arma di costruzione di massa, in grado di abbattere l'odio e il conflitto per propagare la democrazia e la pace".

Internet ha infatti dimostrato di essere diventato lo strumento più forte e democratico esistente sulla terra. Si pensi solo a quello che è accaduto in Iran in seguito alle ultime elezioni presidenziali: molte delle informazioni che il mondo occidentale è riuscito ad avere sono tutte passate per la rete tramite bloggers o internauti iraniani che sono riusciti, rischiando la vita, a fare uscire dai confini del loro Paese notizie sull'oppressione e sulla censura attuate dal regime.

E proprio dalla rivolta di Teheran partirà il viaggio che Wired dedicherà fino a settembre 2010 a approfondimenti ed esperienze di chi, tramite la rete, si batte per la pace. Per ogni storia, Current Tv realizzerà un video racconto che verrà trasmesso anche negli Stati Uniti e in Inghilterra, mentre sulla rete saranno aperti un sito - attivo dal 20 novembre e un canale youtube che ospiterà i concetti e le visioni di tutti gli internauti interessati. L'idea di Internet for Peace ha già molti sostenitori e vedrà coinvolti personaggi di calibro internazionale, primi fra tutti il premio Nobel per la pace Shrin Ebadi, il professor Umberto Veronesi, lo stilista Giorgio Armani e le redazioni di Wired USA e UK.

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