Tempo di crisi? Il lavoro si fa strano

04 febbraio 2011 
<p>Tempo di crisi? Il lavoro si fa strano</p>

Sbarcare il lunario svolgendo una professione nuova e apparentemente strana, magari anche un pizzico buffa: sì, anche questa è un'ipotesi per entrare nel mercato del lavoro e di mestieri improntati a questa filosofia creativa ce ne sono già diversi. A segnalarne alcuni è stato, per esempio, Hotels.com, sulla base di un'analisi condotta su oltre 130.000 strutture alberghiere presenti nel portale.    

C'è lo scaldaletto umano, incaricato di infilarsi nel letto dei clienti - e riscaldarlo, appunto - prima del loro arrivo nella stanza; il lettore di racconti della buonanotte; il pulitore di monete, il cui obiettivo è quello di non far sporcare le mani dei clienti che maneggiano i soldi messi in circolo dall'hotel. E ancora: lo scacciatore di piccioni, una persona addetta a tenere alla larga dal cortile dell'albergo i suddetti volatili (con le buone, per carità). O anche la Fata Madrina, una persona che si premura di rendere speciale ogni appuntamento. Ma di lavori strani ne esistono anche altri, al di là del circuito degli alberghi. Il sito www.ilpalo.com segnala il difensore o ricostruttore di reputazione online, o anche il consulente per arrivare primi su Google.

E ancora: su iniziativa di una ditta italiana di Monza - che poi, visto il successo riscosso, si è espansa e adesso è diventata un'impresa in franchising - è sorto il mestiere di Marito in affitto. Il nome suona malizioso e invece si tratta di un lavoro che ha risolto e genialmente trasformato in un giro d'affari il tasto dolente di molte coppie: le faccende domestiche. In pratica, il "marito in affitto" è un simpatico e affidabile "tuttofare", incaricato di sbrigare per le signore che ne hanno bisogno tutte quelle piccole mansioni o riparazioni normalmente evase o rimandate a oltranza da partner pigri o troppo occupati sul fronte professionale.

Sorrisi o perplessità a parte, l'idea di approcciarsi al lavoro con inventiva o secondo parametri innovativi ha un fondamento serio, tanto che non mancano nemmeno libri sull'argomento. La giornalista Manuela Longo, in "Mi invento un lavoro. Guida alle nuove professioni" (Editore Morellini) offre numerosi spunti alle donne in cerca di occcupazione o a quelle intenzionate a cambiarla. Tra le chances sventagliate dall'autrice: lavori come designer per case in vendita, event planner per bambini. O idee di impresa come: Craft bar (bar per creativi) o Whole food market (market di prodotti a "basso impatto ambientale").

Lavori nuovi, ma anche approcci nuovi. Di questi ultimi, e delle loro potenzialità, ne parla Don Tascott, in "Net Generation", un libro in uscita a fine febbraio (per Franco Angeli Editore). In un capitolo l'autore analizza il rapporto innovativo che possono avere con il mondo del lavoro i giovani di oggi, cresciuti a pane e mass media.

Solo un dubbio: ma fino a che punto può aiutare ragionare in termini creativi e pensare lavori nuovi? Ne abbiamo parlato con un esperto del settore, Michele Caropreso, direttore del settimanale "Lavorare".

In un momento di crisi come quello attuale, ha senso per le persone più giovani creare o svolgere nuovi mestieri, anche apparentemente strani?
«Certo. Andare al di là delle opportunità standard per elaborarne e sperimentarne altre può aiutare. Pensiamo alla portata di un'idea come quella di "facebook" - esempio eclatante di chi ha saputo immaginare nuove possibilità - ma anche a tutte quelle idee che all'inizio danno luogo a lavori che partono in sordina, quasi come degli hobby, e che poi magari prendono piede in maniera più seria. Mi viene in mente il campo dell'animazione di feste per bambini: all'inizio era il "lavoretto" degli studenti, mentre oggi - perlomeno in contesti grandi, come la città di Roma - è un settore più ampio, che ad alcune persone permette proprio di campare».

Quindi sì all'inventiva nel lavoro, ma entro quali limiti o parametri?

«Qualsiasi idea, per simpatica o geniale che sia, va calata nel contesto del mercato e analizzata secondo principi di marketing. Bisogna ragionare sui costi: quanti soldi ci vorrebbero per realizzare quel progetto? Chi lo finanzierebbe? Insomma, il secondo step per chi ha un'idea consiste nell'elaborare un business plan e metterlo a punto non è facile: meglio interpellare persone esperte. Per esempio, ci si può rivolgere agli incubatori d'impresa, sportelli sparsi per l'Italia e sostenuti dalla Camera di Commercio o dalle Università. Oppure ai Bic (Business Innovation Center), una rete europea di aziende preposte ad analizzare idee di impresa - valutandone la fattibilità tecnica, economica e finanziaria - e ad accompagnare le persone verso la realizzazione concreta dei loro progetti».

Altri accorgimenti da prendere o domande da porsi ?
«Chi volesse aprire un'attività che altrove esiste già ed è anche redditizia, dovrebbe chiedersi se quel tipo di impresa potrebbe avere lo stesso successo anche nel proprio paese: non è scontato che ciò possa verificarsi. Il singolo contesto economico, sociale e culturale è determinante e l'idea che lì funziona, qui potrebbe fallire».

L'inventiva in campo professionale può tornare utile anche a chi preferisce rimanere nei binari tradizionali? E come?
«L'inventiva debitamente integrata con concretezza e senso della realtà può pagare sempre. Anche nella stessa fase di ricerca del lavoro: un curriculum preparato in maniera diversa, magari più personalizzata e con una grafica alternativa a quella del solito format europeo, può colpire di più l'attenzione di chi lo legge. L'aspetto pratico da non trascurare in questo caso? L'obiettivo del curriculum: far capire nel minor tempo possibile chi siamo e cosa sappiamo fare. E centrare gli interessi dell'azienda. Se la forma fantasiosa compromette la chiarezza o l'immediatezza di tali messaggi (tradizionali) non va bene».

In base all'esperienza del suo giornale ("Lavorare"), quali sono le offerte/richieste di impiego più strane che avete pubblicato ultimamente?
«Davvero, non ne avrei nessuna da citare in questo senso. E le spiego anche perché: in genere il settore dei lavori innovativi (o curiosi) rientra nell'area dell'auto-impiego e non del lavoro presso terzi».

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