Ritanna Armeni: «Le parole
sono importanti»

11 aprile 2011 
<p>Ritanna Armeni: «Le parole<br />
 sono importanti»</p>
PHOTO LAPRESSE

«Le parole sono cambiate, hanno cambiato senso e significato. E il cambiamento delle parole corrisponde a un cambiamento della realtà, perché le parole sono il simbolo della realtà».

Così, dal'idea di raccontare questo cambiamento, nasce Parola di donna (Ponte alle Grazie), una raccolta di cento definizioni date da cento donne diverse per cento parole diverse, scelte da Ritanna Armeni fra quelle che in misura maggiore fanno capire come il cambiamento della nostra società sia stato trainato dalle donne.

Cento parole come numero simbolico, ma potevano essere duecento o trecento: «Il cambiamento portato dalle donne è stato talmente grande che tutto è stato rivisitato». Parole del cosiddetto "vecchio femminismo", come "autocoscienza o differenza"; parole desuete, come "zitella" o "massaia", la cui progressiva perdita di significato segnala in maniera molto chiara il salto culturale; ma anche parole più legate al mondo maschile, come "destra", "sinistra", "potere", "politica"; parole che indicano concetti eterni, come "amore" e "morte"; le parole della quotidianità, come "marito" e "madre".

Le parole non sono una nuova frontiera di conquista: da sempre, chi controlla il linguaggio controlla anche la cultura e, in ultima analisi, il pensiero dominante. Ma non è un'ansia di controllo a guidare questo viaggio nella prospettiva femminile: «Dietro la ricerca delle parole c'è la necessità, dopo anni di grandissima confusione, di cercare di fare chiarezza nelle cose; e le parole sono un modo per fare chiarezza».

Nello stesso processo di scelta sono avvenuti incidenti rivelatori di come cambi il nostro modo di stare al mondo: «Non mi ero accorta che fra le parole omesse c'era anche 'matrimonio'. Me l'ha fatto notare Silvia Avallone perché si doveva sposare proprio in quei giorni, ma la cosa curiosa è che nessuna delle altre novantanove aveva notato l'omissione».

Che il matrimonio non sia fra i primi cento concetti, ma nemmeno fra i primi dieci, che le donne interpellate considerano fondamentali rispetto alla loro visione del mondo è di per sé indicativo: una mancanza quasi freudiana, in una raccolta in cui il punto di vista di ogni donna è fondamentale. «Le autrici del libro hanno utilizzato senza remore la propria soggettività, e questo ha reso i pezzi assolutamente vari, ma c'è anche una straordinaria compattezza: è il vissuto femminile, l'esperienza messa lì in primo piano. E non ho dovuto fare nessuna fatica per convincere queste donne a partecipare: quasi tutte hanno risposto di sì subito».

Insomma, riprendersi le parole è bello ed è qualcosa di cui si sente il bisogno, specialmente in un momento in cui il femminismo, inteso come rinnovata coscienza di sé da parte delle donne, sta vivendo una nuova stagione.

«I media insistono a inviare un messaggio: che il femminismo è qualcosa che c'è stato e non c'è più. Non c'è niente di più falso. Certe conquiste che allora hanno fatto molto rumore ora sono consolidate, ma non per questo ne faremmo a meno. Oggi le donne non scendono in piazza per l'aborto, ma  proviamo a pensare: se l'aborto non esistesse più, che cosa succederebbe in Italia? Le generazioni cambiano, e cambiano le priorità. Pensa solo a come è cambiato il rapporto con la maternità: per me il problema era avere una maternità scelta e responsabile, mentre per mia figlia, ora, il problema è poter essere madre non avendo un posto fisso. Ma in piazza, il 13 febbraio, ci sono andate tutte: giovani, meno giovani, giovanissime. Una cosa che ho notato, andando in giro a presentare Parola di donna, è che nelle grandi città il pubblico tende a essere più adulto, quasi anziano. Nei piccoli centri, invece, le presentazioni sono frequentate da donne più giovani, che per il femminismo hanno un interesse storico».

E non solo donne: «Gli uomini ci sono sempre, più o meno al venti, venticinque per cento: io conto sempre quanti sono gli uomini, quante le donne, quanti i giovani...  E la cosa curiosa sai qual è? Che al momento di prendere la parola, quasi sempre la prendono loro. In fondo, il maschio la parola la deve prendere: un po' per una volontà di partecipazione al cambiamento, e un po' per segnalare una presenza».

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RISULTATI

ho apprezzato l'iniziativa e la decisione di tenere viva l'attenzione sul problema non ancora risolto del linguaggio sessuato. Lo posso dire per esperienza diretta come coautrice del libro Il sessismo della lingua italiana di Alma Sabatini. Ho apprezzato il "coraggio" ( incredibile ma la parola giusta è questa) di imporre le rettifiche nel programma del 16 ottobre scorso con Telese( e ahimé ) Porro, coraggio che purtroppo manca anche alle donne, politiche e non. Brava comunque come al solito. marcella mariani

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