Il master? Parla femminile

20 maggio 2011 
<p>Il master? Parla femminile</p>
PHOTO CORBIS IMAGES

In Italia diverse realtà scommettono sull'altra metà del cielo, a cui offrono master "in rosa" per imparare a sviluppare le cosiddette soft skills, quelle doti cioè di organizzazione e gestione - del tempo, delle risorse, della leadership e perché no, anche del potere - che una persona in posizione di responsabilità deve avere.

A Milano ISMO, per esempio, propone un Pink Master 2011 (presentato non a caso lo scorso 8 marzo) che in 15 giornate, distribuite tra marzo e novembre, si dà un obiettivo dichiarato: valorizzare nel lavoro e nella vita la femminilità come differenza. Coaching ad hoc per conciliare lavoro e vita personale, giornate monografiche dedicate a Visioning e creatività o Agire il cambiamento, week end di laboratori teatrali per riscoprirsi (il più intrigante su carta è probabilmente quello dedicato alla riscoperta del Sé attraverso il diario).

SDA Bocconi si concentra in autunno sulla leadership al femminile: Leadership al femminile, costruisci la tua carriera , 4 giorni dedicati a donne in carriera che devono gestire dei collaboratori. E che, stando ai contenuti dei moduli, devono anche imparare a non copiare per sé modelli manageriali (e maschili) altrui, non farsi travolgere dall'emotività, e imparare una volta per tutte che fare network è importante per la carriera. Carriera che, tra parentesi, non è cosa di cui vergognarsi e va programmata se si vuole darle un senso e una direzione.

Anche il Sole 24 Ore ragiona sulla leadership al femminile: con la 4° edizione del Master Part Time dal titolo Leadership al femminile. Percorso di crescita manageriale e professionale, per imparare, in 10 giorni fra maggio e novembre, a gestire lo stress, creare alleanze strategiche e, soprattutto, trasformare le peculiarità dell'essere donna in punti di forza e non di debolezza. Quest'ultimo master fa il paio con il quasi gemello (più o meno uguale nei contenuti) di Roma: Donne & Business - Costruire la leadership.

Sempre a Roma, all'Università Europea si ragiona esplicitamente su conciliazione lavoro-famiglia fin dal titolo del loro master di I livello: Lavoro, famiglia e Leadership femminile. Come a dire che se prima non si sopravvive alle nostre personali forche caudine di donne che giocano - pardon, lavorano - su più fronti, c'è poco da pensare alla leadership.

In questo interessante fiorire di tematiche e strumenti, però, c'è da fare anche una riflessione: sembrerebbe proprio che per sfondare il soffitto di cristallo - o almeno provarci - noi si debba prima studiare. E subito viene da chiedersi: ancora? Perché la teoria è importante, ma la pratica lo è altrettanto. E fino a quando rimarremo diligentemente sedute tra i banchi, la leadership la eserciterà qualcun altro.

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RISULTATI
ivana cattaneo 68 mesi fa

Divertente. La conclusione...."E fino a quando rimarremo diligentemente sedute tra i banchi, la leadership la eserciterà qualcun altro." Eh si, perche' a noi hanno insegnato che si sta sedute composte e che per alzarsi e far le cose, dobbiamo chiedere il permesso.....

sarebbe tutto più interessante se venisse fatto riferimento anche alla necessità di accompagnare il linguaggio alla soggettività femminile per rafforzare la propria presenza, identità, ruolo, visione del mondo: perché le donne per prime si definiscono o permettono che altri le definisdcono con termini al maschile come direttore, imprenditore, ministro, avvocato? Non parte da lì la prima denuncia di debolezza o quantomeno di accondiscendenza e insicurezza? Facciamo noi donne il primo passo aspettiamo che altri (leggi uomini) lo facciano per noi?

sarebbe tutto più interessante se venisse fatto riferimento anche alla necessità di accompagnare il linguaggio alla soggettività femminile per rafforzare la propria presenza, identità, ruolo, visione del mondo: perché le donne per prime si definiscono o permettono che altri le definisdcono con termini al maschile come direttore, imprenditore, ministro, avvocato? Non parte da lì la prima denuncia di debolezza o quantomeno di accondiscendenza e insicurezza? Facciamo noi donne il primo passo aspettiamo che altri (leggi uomini) lo facciano per noi?

sarebbe tutto più interessante se venisse fatto riferimento anche alla necessità di accompagnare il linguaggio alla soggettività femminile per rafforzare la propria presenza, identità, ruolo, visione del mondo: perché le donne per prime si definiscono o permettono che altri le definisdcono con termini al maschile come direttore, imprenditore, ministro, avvocato? Non parte da lì la prima denuncia di debolezza o quantomeno di accondiscendenza e insicurezza? Facciamo noi donne il primo passo aspettiamo che altri (leggi uomini) lo facciano per noi?

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