L'istante dominato
da Ate, dea della follia

31 maggio 2011 
<p>L'istante dominato<br />
 da Ate, dea della follia</p>
PHOTO CORBIS IMAGES

Annientamento della mente, blackout psichico… Sono queste le parole imperfette con cui giornalisti e specialisti tentano di descrivere quell'istante terribile in cui un padre inconsapevolmente dimentica il proprio figlio in un parcheggio arroventato dal sole.

Queste storie ci spaventano e ci turbano non solo per la naturale pena che si prova di fronte alla morte di un bimbo e alla tragedia della sua famiglia, ma perché, come leggiamo ovunque, è una follia "vicina": non appartiene a genitori disturbati, disattenti, inconsapevoli o, persino, delinquenti, ma coglie e smarrisce padri attenti e partecipi, mariti innamorati e premurosi.

Niente a che fare con la bestialità di delitti come quello di Avetrana: qui la morte ha il volto gentile e caldo di una famiglia qualunque, in un giorno qualunque, in un mondo qualunque.

E quindi? Non ci sono parole vere per addomesticare un'idea così terribile: l'idea che, dietro l'angolo e forse per ciascuno di noi, possa esserci l'inimmaginabile. Nella nostra società, cresciuta nella culla della psicanalisi, l'ego è un tutt'uno, anche se non sempre armonico: in queste vicende terribili, la psiche sembra scomporsi e frantumarsi, come un caleidoscopio mal costruito. Per un attimo, per un solo attimo, la mente devia al percorso e "dimentica": si scorda di un bambino addormentato nell'abitacolo di una macchina.

Nell'universo di  Omero, quando gli eroi del mito si combattono intorno alle mura di Troia, i Greci non conoscono ancora questa concezione della mente come un tutto armonico: la psiche è fatta di un insieme di organi (il cuore, il diaframma, i polmoni, il fegato…), che tutti insieme guidano la vita interiore degli uomini.

In quel mondo la follia non è uno stato della mente, ma una divinità: Ate, figlia di Eris (dea della discordia) e di Zeus, il cui nome significa cecità. La dea Ate, spesso inviata dal signore degli dèi, suo padre, piomba, penetra la mente umana, la colpisce come una freccia. È solo un attimo, e il mortale non può far nulla per opporsi. Un istante ed è il buio, la cecità, il blackout appunto. Poi è tutto finito: non c'è malattia, né patologia, ma solo l'idea di un "agente estraneo" che colpisce, atterra.

In quel momento particolare, in cui tutto può succedere, i re possono comportarsi come bambini capricciosi (com'è il caso di Agamennone, nell'Iliade), eroi valorosi possono sterminare, senza saperlo, l'intera famiglia (così accadrà ad Eracle, il più grande fra tutti gli eroi), guerrieri gloriosi possono fare a pezzi mandrie di buoi, scambiandole per nemici (così il celebre Aiace).

Recuperata la ragione, del gesto folle restano solo le inevitabili conseguenze: il biasimo dei compagni, il lutto della casa, la vergogna per il proprio gesto. La pazzia per gli antichi non è un problema psichico da analizzare (lo sarà, in effetti, ma più tardi); l'eroe folle non deve essere curato.

Quest'idea della psiche come di un puzzle di organi, un quadro di tanti pezzi da incastrare l'uno dell'altro, di un solo, terribile istante di buio somiglia alle storie di quei poveri padri che sono usciti, solo per un lungo terribile momento, dalla strada della routine quotidiana; che hanno saltato un passo, che hanno fatto una deviazione dalla vita di tutti i giorni. Basta un attimo fuori dalla via, e si dimentica l'amore più prezioso, il bene da proteggere sopra ogni cosa.

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