Jan Fabre: «Ho rappresentato
il dolore di una madre»

06 giugno 2011 
PHOTO GETTY IMAGES

Chiedo a Jan Fabre, uno degli artisti più in vista con la sua partecipazione "choc" alla Biennale di Venezia, di concedermi un'intervista per Style.it che gli presento come il sito web di Condé nast, aggiungendo ha presente Vogue, Vanity Fair, Glamour, GQ?. Fabre mi guarda , ci pensa un attimo e commenta ... «Vogue? Quindi lei ha intenzione di fotografarmi qui in chiesa in costume da bagno». Le mancherebbe solo più questa, mister Fabre, rispondo sorridendo.

Intanto quel "qui" non è una chiesa ma l'enorme salone della Nuova Scuola della Misericordia di Venezia, che ora ospita la sua mostra per la Biennale. Ad un metro da noi, tra due file di colonne, c'è la sua versione della Pietà di Michelangelo: il Cristo è un suo autoritratto in abito da sera, e farebbe pensare ai postumi di una gran nottata di stravizi se non fosse che al posto del michelangiolesco viso della Madonna c'è un teschio che ti impietrisce: rappresenta la madre che vorrebbe morire al posto del Figlio.

E' la giornata di apertura della Biennale. E siamo "qui" con Pietas, installazione di 5 sculture una più tosta dell'altra. Ma adesso Fabre ha voglia di rilassarsi e di scherzare; soddisfatto della sua battuta, l'enfant terrible sorride, si siede su una panca di marmo e si accende una sigaretta come se niente fosse. Ma sì, è stata una giornata afosissima e nervosa, e non è ancora finita.

C'è un viavai di bottigliette d'acqua (una è provvidenziale per la sottoscritta); manca poco alle 18, e Fabre tra poco si infilerà ancora in un abito da sera per immergersi nelle feste. Un tuffo nella vita, negli affari, dopo una giornata passata a raccontare ai giornalisti e ai critici d'arte perché su un palco dorato ha disposto un remake della Pietà, più quattro enormi cervelli bianchi trafitti dai simboli di varie religioni, tartarughe rovesciate, e tutto intorno gli scarabei gioiello, oltre al motivo per cui per avvicinarsi alle opere bisogna indossare le ciabattine in dotazione.

Insomma è stato tutto il giorno a parlare di metamorfosi e di simboli, di sacralità dell'avvicinamento. E di se stesso: belga, classe 1958, prima partecipazione alla Biennale nel 1984, due mostre in questi giorni a Venezia, e altre 3 o 4 grandi mostre in contemporanea  o in arrivo in mezza Europa. Jan Fabre è un nome che a Venezia circola molto, e letteralmente: ogni volta, a pochi giorni dall'inaugurazione della Biennale, con una tempistica perfetta saltano fuori non solo striscioni ma anche vaporetti completamente "vestiti" semplicemente con il suo nome e cognome, mentre alle redazioni arrivano le foto delle sue opere, per prime, da un ufficio stampa che batte tutti.

E tu dici: ecco, c'è anche quest'anno; chissà se porterà le opere con le mosche, i vermi o cos'altro. Perché Jan Fabre è così. Uno che sa fare teatro, innanzi tutto. Viene dalla regia, dalla coreografia, dal design. Se vedi anche solo una foto delle sue opere, non te le togli dalla testa per tutta la vita. E' la ragione del suo successo. Anche se qualcuno lo definisce un "cosiddetto artista".  

Abbiamo tempo per poche domande. Ne basterebbe anche una sola: perché Pietas? Cioè quanto c'è di lei, delle esperienze personali sue o di altri, in questo progetto? «L'esperienza è la mia - risponde Fabre. Qualche tempo fa sono rimasto in coma per quattro giorni. E un anno fa ho perso mia madre. Questo mio lavoro non riproduce la stessa situazione ma ha a che fare con il senso della vita, il dopo, la possibilità di un ciclo, le credenze religiose dei popoli sull'argomento, e il mio è il tentativo di armonizzare tutto questo pensiero in una installazione dove fluisce un'energia».

Che esperienza è stata il coma per lei? «Non ricordo assolutamente nulla di quei giorni, puntualizza. Non voglio mentire dicendo di aver visto luci e persone, o sentito suoni. Non lo so, se è successo io non me lo ricordo. Quello che mi è rimasto dentro, sono le domande più importanti della mia vita, che porto con me, e la voglia di studiare e approfondire alcuni temi».

Come si è sentito quando è stato accusato di blasfemia? «Non credo che questa accusa abbia senso, anzi ritengo che sia nata dall'ignoranza. Naturalmente so che questa immagine di Maria è molto forte, ma non ho fatto altro che riprendere alcune pitture fiamminghe in cui il dolore della Madonna è rappresentato in questa forma tragica. Chi non conosce queste opere non può darmi del blasfemo. E poi mi sono voluto confrontare con Michelangelo, il più grande artista italiano, e uno che conosceva questa simbologia molto bene».

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