Donne e scienza: un binomio da incoraggiare

08 giugno 2011 
<p>Donne e scienza: un binomio da incoraggiare</p>
PHOTO CORBIS IMAGES

Mito numero uno: le ragazze non sono portate per la matematica. Ne siamo vittime in tante (dopo le elementari, neanche più le divisioni a due cifre senza la calcolatrice), ma non è questo che ci impedisce di fare carriera nel mondo delle scienze. Le donne che studiano e si laureano nelle facoltà scientifiche ci sono e sono sempre di più, ma di rado arrivano a ricoprire posti di responsabilità. Nell'Unione Europea sono il 30% dei ricercatori, ma solo l'11% dei professori ordinari.

Si chiama gender gap, quella specie di "forbice" che si apre fra i sessi quando si tratta di fare carriera in alcuni ambiti. Per affrontare il problema, la Sissa (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati) di Trieste ha organizzato un incontro con Anke Huebenthal e Ingrid Haas, referenti del network Minerva FemmeNet della Max Planck Society, dal titolo Women in science: inspire, promote, engage. Ne abbiamo parlato con la promotrice, la professoressa Anna Menini, neurobiologa e membro della Commissione Pari Opportunità dell'istituto.

Professoressa, tempo fa Margherita Hack, in un'intervista, ci ha detto che lei ha sempre vinto le cattedre perché aveva più titoli dei suoi colleghi, ma a parità di titoli non sa se le avrebbe vinte. «Alcuni anni fa ero coordinatrice di un programma dell'Unione europea, e parlando con una delle persone che si occupano dei progetti, un uomo, lui ha detto che solitamente le donne coordinatrici di progetto o che occupano posizioni elevate sono almeno quattro volte più brave e titolate dei colleghi maschi».

Quindi che le quote rosa aprano la strada alle donne meno qualificate non è proprio verissimo. «Nemmeno io ero troppo convinta delle quote rosa, ma con il passare degli anni mi sono resa conto che in realtà sarebbe importante avere, almeno all'inizio, un numero maggiore di donne in posizioni più di rilievo, perché questo è d'aiuto soprattutto per le scienziate più giovani. Che in questo modo hanno qualcuno a cui fare riferimento. Altrimenti continuiamo a vedere gli incarichi dirigenziali  occupati solo da uomini, e non ci sentiamo di appartenere a questo tipo di mondo. Ci sembra più distante, ci sembra più difficile e ci sembra di dover 'diventare uomini', di dover perdere determinate nostre caratteristiche perché il modo di dirigere è uno soltanto. Il programma di mentoring organizzato dalle colleghe tedesche della Max Planck Society ha proprio questo scopo: dare alle giovani scienziate un punto di riferimento, una persona che ti piace e a cui vorresti assomigliare, e che essendo del tuo stesso sesso condivide con te anche tutta una serie di problematiche legate alla famiglia e ai figli, alle condizioni che spesso ci creano dei problemi. L'idea è di tentare di superare questo gap: quando sono entrata a far parte della Commissione Pari Opportunità, ho pensato di invitare queste persone e vedere se si riusciva a fare qualcosa di simile anche in Italia, a Trieste e nelle altre istituzioni».

Perché poi, diciamocelo: se il consiglio d'amministrazione è al 60% femminile, è più facile che in azienda ci sia l'asilo nido. Proprio per fare un esempio banale. «Alla Sissa abbiamo proprio fatto un asilo nido con prezzi particolarmente bassi per le persone che lavorano alla Sissa, che siano uomini o donne: perché in questo caso diciamo che fra i problemi che dobbiamo superare c'è anche quello di avere una famiglia ed essere entrambi responsabili dei figli. Non dobbiamo essere sempre solo noi a portare i figli in palestra o a correre qua e là. Per fare un esempio: alcune riunioni vengono fatte al pomeriggio, a volte tardi. Per una persona che ha dei figli piccoli, una riunione al pomeriggio è problematica, perché se durante la giornata i bambini sono più o meno sistemati, da una certa ora in poi diventa tutto più complicato. Se nei posti di responsabilità ci fossero più donne, anche questi piccoli aspetti verrebbero tenuti in considerazione».

L'idea strisciante è che la denatalità e la rinuncia alla maternità siano legate anche al fatto che sempre meno donne sono portate a rinunciare a una solidità lavorativa per fare le madri. «Posso citare il mio caso personale: io ho rimandato la maternità perché mi interessava molto studiare e mi interessava il mio lavoro, quindi ho rimandato il più possibile il momento di avere un figlio. Mi sono detta, se faccio figli a trent'anni poi non potrò più viaggiare, andare in altri istituti all'estero, quindi ho aspettato fino a una certa età, e ora sono ben contenta di averlo fatto. Nel campo della neurobiologia sperimentale si viaggia molto, ci si confronta con molte realtà diverse e si passano moltissime ore in laboratorio. Una non può mollare a metà un esperimento importante su cui ha lavorato a lungo per andare a casa improvvisamente. Molto, però dipende dalle donne stesse: siamo noi per prime a dover cominciare a immaginarci in altri modi, a cedere il 'controllo' del figlio al padre, a smettere di pensare che i nostri compagni non siano in grado di curarsene».

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