Le meraviglie di Gum Design

20 giugno 2011 

Laura Fiaschi e Gabriele Pardi sono nomi che non vi dicono molto? Segnateli, così come il loro brand, Gum Design. Li ho intervistati perché sono stati definiti (da Marco Romanelli, Mia Pizzi e Mario Piazza) il "Paese delle meraviglie del design", e a guardare il loro sito in effetti sembra di essere caduti nella buca di Alice.

Dal cerotto per i mobili, alla sella per cavalcare (letteralmente dico) il proprio papà passando per un raccogli briciole che diventa un'accogliente ristoro per uccellini. Insomma grafica, architettura, industrial design e interior sono solo alcune delle discipline alle quali si dedica questa coppia, e oggi i loro lavori si trovano al Moma, in Triennale e - potevano mancare? - alla Biennale di Venezia.

Con Laura e Gabriele si scivola in un mondo dove tutto si fonde, e sono tra i primi a rispondere con piglio sicuro quando chiedo loro, se foste un edificio, che edificio sareste? «Sicuramente la "Casa danzante" di Frank Gehry! Una magia dove convivono caratteristiche razionali (ma scomposte) e pura arte creativa; riflette molto lo stato d'animo e le nostre caratteristiche, si compenetrano alla perfezione esaltando forme, funzioni ed emozioni».

Mi viene subito in mente Bruno Munari, e chiedo quali siano le influenze o le tracce che si trovano nel loro lavoro. Prima di tutto precisano che non lo hanno conosciuto personalmente, e non vogliono cadere nell'ovvio, ma... «ma a tal proposito probabilmente ci soccorre proprio il suo Codice Ovvio scritto negli anni '70; una raccolta di materiali che si spogliano della loro caratteristica per divenire un codice per la sperimentazione, per realizzare un nuovo lavoro compiuto. Ebbene proprio all'inizio del libro Munari cita un'espressione Zen: "Il riso è la manifestazione esterna di un equilibrio interiore" e prosegue con la definizione di "techne" che in greco è sinonimo di arte, ed in giapponese il suo omologo è arte ma anche gioco. Ironia, gioco, ricerca, sperimentazione sono ingredienti importanti per affrontare seriamente il mestiere del designer, del creativo in senso più esteso...».

In effetti se navigate tra le immagini di Gum Design scoprite la commistione, non solo tra discipline, ma anche tra pensieri e modi di procedere, infatti secondo Laura e Gabriele «La creatività non ha limiti territoriali e sarebbe un delitto obbligarla in 'recinti professionali'; siamo certi che la conoscenza, la curiosità e la voglia di generare sempre nuove sinergie tra le persone siano alla base della crescita. Siamo spaventati dagli 'specialisti', il designer (il creativo) deve estendere la sua conoscenza ed i suoi interessi verso limiti sempre più estremi per generare frutti sani».

Una cosa è di fondamentale importanza per questa realtà, il fatto che Laura e Gabriele siano una coppia. Quando chiedo quali siano i libri o i film che li hanno influenzati, che hanno lasciato una forte traccia - mi dicono che sarebbe riduttivo nominarne solo alcuni, insomma che è impossibile scegliere, «piuttosto possiamo risponderti che saremmo stati sicuramente diversi se non ci fossimo incontrati perché tutto dipende dalla nostra unione, riparo e palcoscenico». Queste sinergie e questo rapporto si autoalimentano generando commistioni nei diversi ambiti, e così questo laboratorio non si stanca mai, non si annoia, anzi è interessato da ambienti completamente contrapposti.

Quindi, se poteste lavorare con qualsiasi azienda, scegliereste... «Il nostro sogno è lavorare con uomini e donne, non con le 'aziende'; questa parola spesso nasconde barriere commerciali, analisi e marketing, calcoli matematici scordandosi che dietro al "fare" c'è l'uomo e non la fabbrica. La passione deriva dall'uomo ed è il motore primo con il quale vogliamo avere a che fare... tutto il resto vien da sè».

Una risposta come quella che mi hanno appena dato c'era da aspettarsela, considerato anche che stanno lavorando a un edificio artigianale/commerciale, una ristrutturazione, cinque collezioni di prodotto per altrettante aziende italiane, il packaging di un prodotto dolciario, la partecipazione al Padiglione Italia della Biennale...

A questo proposito aggiungono: «Siamo molto felici di questo invito perché proviene dal mondo dell'arte e non specificatamente dal sistema del design nel quale siamo più coinvolti; un riconoscimento al contenuto ed all'espressione del nostro piccolo pensiero, il recupero di un messaggio silenzioso spesso nascosto nei nostri oggetti». Adesso capisco meglio cosa intendevano per salti tra le discipline!

Visto che siamo in periodo Biennale e visto che gli oggetti spiegati da chi li ha creati hanno un sapore e quasi una forma tutta differente, dopo, chiedo a Laura e Gabriele di raccontarmi tre progetti (e sono felice che tra questi ci sia il tavolo "Il Capo", un oggetto con una forte componente di ironia, apprezzato da tutti coloro che hanno un superiore che si prende molto sul serio...).

«Tra gli oggetti che amiamo particolarmente ne citiamo tre, utilizzando come pretesto il fatto che sono stati scelti da Vittorio Sgarbi per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia: il tavolo "Il Capo", il "Cucù improbabile" ed il calice "Swing"».

"Il Capo" è un tavolo che nasce nel 2007 per una mostra in Triennale basato sulla contaminazione tra background aziendale e pensiero minimale, un primo momento di ricerca che si è concretizzato in un prodotto vero e proprio entrato nel catalogo aziendale di Silik; un taglio netto ed il "gioco" è fatto, sostenuto anche dal nome (sempre importante nei nostri oggetti per contenere il germe del suo significato).

Il "Cucù improbabile" è il primo di una serie di oggetti che stiamo pensando per De Vecchi con un particolare riferimento allo stato umano dell'improbabilità; un cucù in argento di cui non possiamo conoscere l'ora ma che solo l'uccellino (di fabbricazione cinese) può segnalarci quando esce e canta ovvie melodie; un momento di contrasto tra eccellenza artigiana e produzione "senza regole"  che genera energia e pensiero.

Infine il calice da degustazione "Swing" prodotto da Colle Vilca insiste su un'altra caratteristica del nostro processo creativo: la modifica minima. Un semplice movimento al piede del calice e cambiano i ruoli tra bicchiere e chi beve, tra oggetto ed essere umano; si stabilisce un contatto reale e significativo e si stimolano momenti di convivialità a tavola necessari per la nostra "funzione sociale".

Devo ringraziare Laura e Gabriele, perché mi hanno offerto una nuova prospettiva sugli oggetti, e perché sono una coppia dalle inesauribili energie che stimola il pensiero di chi entra in contatto con loro.

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RISULTATI
gabriele 66 mesi fa

cara giulia complimenti per l'articolo! abbiamo apprezzato la tua interpretazione e l'elaborazione del testo... sei riuscita a descriverci proprio bene :-) buon sole, gabrielaura

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