La guerra secondo le donne

21 giugno 2011 
<p>La guerra secondo le donne</p>

C'è un gruppo di donne, e c'è una guerra. La guerra è quella del Kosovo, durata dal 22 aprile al 10 giugno 1999: una guerra-lampo, un blitzkrieg, che lo sguardo del mondo non è riuscito a penetrare.

Quel gruppo di donne dentro un conflitto sanguinoso è la storia raccontata da Elvira Dones, albanese di Durazzo naturalizzata Svizzera e ora residente negli Stati Uniti, in Piccola guerra perfetta (uscito da poco per Einaudi Stile Libero).

«Ho deciso di scrivere questa storia dal punto di vista delle donne perché sono una donna io stessa. Questo può anche non vuol dire niente, si può scegliere di scrivere una storia da qualsiasi punto di vista; a me è venuto naturale perché scesi nel Kosovo a seguito di un invito da parte di un'associazione di donne legato a un altro mio libro, Sole bruciato. Era l'inizio di dicembre del '99, quattro mesi dopo la guerra, ed era inevitabile che se ne parlasse. Era talmente fresca da non essere nemmeno una cicatrice, il bruciore di guerra era dappertutto. Era inevitabile che a tavola se ne parlasse: tutti mi raccontavano pezzi di storia. Mi colpì soprattutto la sobrietà delle donne: quello fu l'elemento che mi fece capire che se mai avessi scritto della guerra, l'avrei fatto dal punto di vista delle donne. Erano sobri i loro racconti, non c'era enfasi: queste donne straordinarie, dopo così poco tempo erano capaci di una straordinaria bellezza nel racconto. Anche nei Balcani, come altrove, le guerre le hanno sempre fatte gli uomini, ma a mantenere una parvenza di sanità mentale sono sempre state le donne».

Rea, Nita, Hana e di sua figlia Blerime, bellissima tredicenne dall'incrollabile coraggio, sono gli occhi attraverso i quali vediamo gli event
i. La politica viene deliberatamente tenuta fuori quasi del tutto: una rappresentazione cruda, verista e spietata di come le donne paghino in prima persona il prezzo di scelte che non hanno fatto e non condividono.

«I Balcani sono sempre stati terre di machismo spinto, terre bellissime e affascinanti, culla di grande cultura e grande musica ma pronte a colpi di testa, prive di razionalità, in un certo senso. Le donne hanno sempre dovuto tenere insieme i pezzi e ricostruire: gli uomini hanno le ferite e vengono accolti come eroi, ma le donne sono le vere eroine, dal mio punto di vista».

Le donne, in un conflitto, diventano campo di battaglia: quando si subisce uno stupro etnico (come è successo ad almeno ventimila donne kosovare) non si è persone, si è terreno di scontro.«È di questi giorni la notizia del Viagra distribuito alle truppe di Gheddafi per facilitare lo stupro sistematico e disciplinato delle donne dei ribelli. È semplicemente storia che si ripete: in ogni luogo le donne sono no man's land, ma sono anche la prima terra dove l'odio della guerra viene scaricato».

La femmina, l'essere femminile, è essere di secondo grado in quasi tutte le culture del mondo. Quasi tutti gli uomini di Piccola guerra perfetta amano i figli maschi più delle femmine, perché i figli maschi sono quelli che faranno la guerra: «Come in tutti i luoghi minacciati a lungo, l'unico antidoto è fare figli, figli maschi che vanno in guerra. Le donne devono curare l'uomo, perché è l'uomo che andrà a combattere».

La guerra - nel libro e nella vita - arriva a sospendere le regole di ingaggio fra i sessi, e niente è più come prima. «Dopo la guerra sono tornata diverse volte nel Kosovo, l'ho girato tutto e mi sono fermata lì per lunghi periodi. Credo che sia necessario fare una distinzione fra le donne di città e quelle di campagna: la donna di città è una donna emancipata come quella di Roma, Milano, Torino, Ginevra. I suoi rapporti familiari sono diversi: il padre di Rea la ama e la considera, mentre il padre di Blerime, pur amandola, non la considera perché non è un maschio. Le ragazze di città, le Rea di turno, sono oggi giovani donne in carriera che hanno portato avanti i loro studi e che si trovano in una posizione più paritaria rispetto agli uomini.

Le ragazze di campagna hanno ancora molta strada da fare. Fanno figli, li accudiscono, guardano l'uomo 'nel bianco degli occhi', come si suol dire: pendono dalle sue labbra perché da lui dipende la sua sopravvivenza. Ma se c'è una cosa che le guerre fanno è riassestare tutto. Sono sempre orrende, ma cambiano gli equilibri interni: gli uomini del Kosovo hanno un grande rispetto per le donne, ora. Non voglio dire che muoiano dalla voglia di renderle del tutto pari a loro, ma queste donne hanno portato avanti tutta la società kosovara. L'hanno cambiata con l'olio di gomito, con l'intelligenza, la lungimiranza e la generosità . Sono affascinata da questa generosità non intimidatoria, non prevaricatrice, non c'è quel 'Ma io ti amo, per cui ti possiedo e ti comando'. No, è una generosità straordinaria, discreta e sana nello stesso tempo. Non è un darsi con la pretesa di avere ad ogni costo. Lo trovo molto bello».

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RISULTATI
Albana 66 mesi fa

Bravissima, bellisima, coraggiosa!!!!

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