Com'erano diverse le nozze al tempo degli dei!

01 luglio 2011 
<p>Com'erano diverse le nozze al tempo degli dei!</p>

Eh, no! A volte gli antichi non ci somigliano proprio per nulla! A volte le nostre tradizioni si ribellano ai Greci e ai Romani e facciamo di testa nostra. Un esempio tipico è quello del matrimonio: molto lontano, per forma e contenuto, da quello dell'antica Grecia o di Roma.

Innanzitutto la sposa: da Kate a Charlene, le nozze vip sono un obiettivo fotografico orientato su di lei. Il vestito e il suo stilista, la dieta e il galateo… Tutto è declinato al femminile: è il nostro giorno più bello, non il loro.

Che poi alcuni sposi, vedi il principe Wiliam, tentino di ribellarsi a questo matriarcato indossando una divisa rossa come il principe di Cenerentola… beh, è un tentativo lodevole ma che non cambia i termini della questione. Non ci interessa sapere se il principe Alberto si farà fare la pedicure prima del grande evento, se dormirà con due fette di cetriolo sugli occhi o se sceglierà di persona la cravatta… no, ci interessa sapere solo di lei: del vestito Armani, del suo stato d'animo a un passo dalle nozze.

Ecco, questa visione in "rosa" del matrimonio, questo insistere sulla polarità femminile della cerimonia non apparteneva certamente al mondo antico. In una cultura, quella greca, cresciuta al motto kalos kai agathos (bello e bravo), il marito ha, al pari della moglie, tutti i diritti ai riflettori. Cresciuti nelle palestre, con il culto per l'armoniosità del proprio corpo; allevati con l'idea che persino la propria capigliatura avesse uno specifico valore culturale e religioso, i Greci vogliono essere belli, per lo meno al pari delle donne, nel giorno del proprio matrimonio: vogliono brillare e lo fanno, di fatto, gestendo in totale autonomia le tappe più salienti della cerimonia.

Il vocabolario della lingua greca antica, di solito ricco allo spasimo di parole, tace per un attimo e non contempla la parola "matrimonio". Ci sono invece termini che spiegano come la sposa venga "affidata" dal padre allo sposo; venga "aggiogata", venga "accompagnata", "guidata", "offerta".

È il linguaggio della passività : se ora siamo assolutamente protagoniste, se viviamo come falene quel giorno come assolutamente nostro, non così capitava alle giovanissime greche (quindici anni!) che andavano spose.

Nella notte, con l'oscurità illuminata dalle fiaccole, sedevano sul carro della processione nuziale, accompagnate dal marito e da un amico fidato (il pronubo). Abbandonavano la casa del padre ed entravano, come un oggetto affidato e donato, nelle stanze del marito.
Si sposavano in gennaio, in Grecia, non sul principio dell'estate e, una volta sposate, difficilmente lasciavano il perimetro delle mura dell'oikos, della casa.

Matrimoni e funerali erano le occasioni, preziose, in cui incontrare, fugacemente e per un attimo, amici e parenti. Se sposavano un uomo ricco, dividevano il suo letto con l'amasio (l'amante uomo), la pallakis (la concubina), la pornè (la prostituta). Partorivano figli legittimi e trascorrevano le giornate tessendo la tela e ridendo sottovoce sotto i portici. A Roma, una donna di alto lignaggio, Marzia, sposa di Catone, che persino Dante arriva a citare, viene addirittura data "in prestito" a un amico di famiglia, Ortensio, diventando con il marito un esempio di virtù.

Vite difficili e appartate quelle delle donne greche, a cui sfuggivano sembra le Spartane, abituate ad esercitarsi al pari dei maschi nell'attività atletica e a cui era concesso di vivere all'aperto con le coetanee. Pochi riflettori e il fresco dolce dei palazzi le sere d'estate.

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