Maria Pia Ammirati: «Racconto
un viaggio dentro se stessi»

11 luglio 2011 
<p>Maria Pia Ammirati: «Racconto<br />
 un viaggio dentro se stessi»</p>

Una giovane donna, madre di due bimbe ancora piccine, muore. All'improvviso, in apparenza, o almeno così sembra a Matteo, vedovo smarrito e rancoroso verso la sua donna per quella morte così fuori tempo e - per lui - imprevedibile. Obbligato dalle circostanze è costretto ad assumere responsabilità sempre sfuggite, a farsi domande scomode, sgradevoli persino...

Questa - in sintesi e per non rovinarvi il gusto della lettura - la trama di Se tu fossi qui (Cairo Ed. 2011), ultimo romanzo di Maria Pia Ammirati e finalista all'edizione 2011 del Premio Campiello. Caleidoscopio di spunti e riflessioni, sul filo di una storia dura ma (purtroppo) più che possibile si intrecciano stereotipi e realtà, come ci spiega la stessa autrice in questa intervista.

Da cosa è nata l'idea per la trama?

«Mi accade, in genere, di trovarmi di fronte a una parola che, più delle altre, s'impone e comincia a chiamare. Magari mentre sono sola in auto, o mentre sto "per aria", rubando cinque minuti alle cose del lavoro (la Ammirati è dirigente Rai ndr). O quando, meglio ancora, mi "perdo" nello spazio e nel tempo della campagna. Dovessi però dire qual è la parola da cui è poi nata la storia di Se tu fossi qui, non me la ricordo più! Forse perché per me questo è ormai un viaggio concluso, sono dall'altra parte. Anche quello che ho raccontato non è altro che un viaggio: quello di un uomo qualunque che il taglio inatteso di una morte, di una tragedia terribile e inspiegabile, ha costretto a guardarsi dentro; le sue certezze crollano e, anche se non sa dove trovarne altre (e, soprattutto, se ce ne siano altre), deve ricominciare guardando dentro quel nulla».

La protagonista femminile non suscita molta simpatia, sembra scostante: è il frutto di una scelta narrativa?
«Non è un personaggio scostante. Quella è piuttosto l'immagine che  se ne fa Matteo nel momento, inizialmente rancoroso, della separazione per quella morte improvvisa e incomprensibile. Poi invece scoprirà che lei è stata vittima di lui, della sua inadeguatezza, di quella inettitudine che lei ha invano tentato di ricondurre a una normalità. E' lui che non ha affrontato mai la realtà, e la morte della moglie è il passaggio obbligato per riappropriarsi della propria vita e dell'assenza finalmente consapevole su cui provare a costruirla».

C'è una specie di "doppio binario espressivo" del vedovo: pensieri maschili e capacità femminile di esprimerli. E' l'effetto del dialogo interiore o davvero gli uomini sono capaci di raccontarsi in modo così sincero?
«E' lo spazio del dialogo interiore. Matteo deve scendere nella profondità di sé, deve scavare. A un certo punto non è più questione di maschile o femminile, ma di autenticità o di falsità. Non mi convince l'idea che un uomo non sappia essere sincero con se stesso e che solo il femminile sia capace di questa prova. No, Matteo si trova di fronte a una situazione così radicale e sconvolgente che non può più essere la vittima del pregiudizio di se stesso».

In un passaggio si accenna al disagio di essere madri; quello di Luisa è colto da un uomo che non è il marito: come è possibile?
«E' possibile, perché è possibile che gli uomini si sentano assediati dal mondo femminile. Forse, le donne oggi  riescono più facilmente a costruire reti di solidarietà fra di loro e a fare gruppo. E, proprio davanti a questa tessitura, può accadere che gli uomini avvertano un disagio. Un'estraneità, anche all'interno della famiglia».

Dunque questa è anche una storia raccontata da un uomo, ma una storia di donne?
«Può essere un'impressione giusta. Guai a pensare che la realtà sia a una sola dimensione, dove i ruoli sono definiti e i comportamenti ne discendono senza problemi. Appartiene alla nostra epoca, ancor più di altre, la percezione di una barriera, di un'incomprensione che attraversa il rapporto di coppia, del vuoto in cui si traduce l'incapacità di amare. Non credo sia eccezionale la situazione di due persone che, dopo anni di un matrimonio rodato e senza crepe, comincino a non comunicare più. Il romanzo le sorprende proprio in quel momento. Quando nella loro presunta normalità, si logora una reciprocità e si comincia a cercare altro».

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