Venezia, non solo Biennale

25 luglio 2011 

Il problema dell'identità personale dell'artista (e non) nel nomadismo culturale e il confronto tra i blocchi geografici, con una forte attenzione per l'Oriente, il Medio Oriente e l'Africa, sono i temi delle due mostre di Palazzo Grassi e di Punta della Dogana, complementari ed entrambe a cura di Caroline Bourgeois.

Punta della Dogana vede opere della collezione Pinault in parte già esposte a Venezia e ricollocate (come il grande cuore rosso del "prezzemolo" Jeff Koons), e forse per questo motivo non pare così avvincente per gli habituée, al di là dell'accordo o disaccordo sullo svolgimento del titolo Elogio del Dubbio.

Opere di non sempre facile entusiasmo, come gli imballaggi di Tatiana Trouvé, nuovo talento italo-francese sotto le ali di François Pinault, le cui opere vi potrebbe venire la tentazione di buttar via per sgombrare il pavimento; leggere invece che sono "specificamente concepite per la mostra, in un rapporto diretto con il luogo".

Se cercavate gli impressionisti avete sbagliato indirizzo, sappiatevi regolare.

Il Mondo vi appartiene a Palazzo Grassi, nel tentativo di confrontare 40 artisti internazionali  di diverse generazioni ed origini in relazione con il reale e tra di loro, espone invece molte opere mai mostrate a Venezia.

Le pressioni e le minacce del mondo sembrano portare l'umanità verso due scelte drastiche, la violenza o la ricerca della spiritualità. All'esterno di Palazzo Grassi ci attende un Homme Pressé, schiacciato ma enorme, mentre l'atrio è abitato da una specie di piovra colorata ed invasiva: si chiama Contamination e rappresenta due anni di lavoro per Joana Vasconcelos, un patchwork tridimensionale che vuol essere un inno alla mescolanza e al meticciato.

Ma all'allegria di una specie di festa di laurea dell'artigianato e degli articoli da merceria che si ramifica fino ai piani alti del palazzo salendo con i suoi tentacoli di pezza, si contrappongono immagini inquietanti: l'iraniano Farhad Moshiri scrive Life is Beautiful con 1242 coltelli; altri raccontano la tortura, il crollo delle utopie, un'apocalisse non solo annunciata ma costruita meticolosamente e follemente, da noi, ebbene sì. Aiuto!

Kunath tenta una fuga poetica nella memoria, Penone ed altri proseguono il dialogo con la natura, l'unica che stia ad ascoltare; c'è anche una grotta di meditazione, e forse persino Adolf chiede perdono in ginocchio; quindi forse ci possiamo permettere di giocare con i costosissimi palloncini (ma è acciaio) firmati Jeff Koons.

Ma il sogno sta crollando o crollerà, la romantica luna è una palla di plastica da due metri e mezzo con dentro un neon, tutto è illusione, e il bosco è nero perché è rivestito di polvere da sparo (Loris Gréaud, Gunpowder Forest Bubble), mentre il pianoforte indaco di Urs Fischer è "andato", brutalmente sfasciato.

Persino le pareti domestiche, ideale ed ultimo rifugio in tutta questa angoscia, non sono altro che il teatro di nuove masochistiche divisioni, silenzi, paure. Un conto è "saperlo già", un conto è vederselo sbattere in faccia. Buono ultimo: Cattelan, che vive con lo spettatore l'ennesimo incubo: sogna se stesso morto, ma non da solo, per questo gli viene ancora da ridere. Eh già. Vien da chiedersi cosa verrà dopo di noi. Vien da pensare che il mondo sarà anche nostro, ma che non sappiamo cosa farcene, e che di noi non ha nessun bisogno. 

Palazzo Grassi, Campo San Samuele, 3231
Fermata di vaporetto: San Samuele (linea 2), Sant'Angelo (linea1)

Punta della Dogana, Dorsoduro, 2
Fermata di vaporetto: Salute (linea 1)


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