Genova dieci anni dopo,
processo alla polizia

18 agosto 2011 
<p>Genova dieci anni dopo,<br />
 processo alla polizia</p>

Si intitola Diaz, processo alla polizia (Ed. Fandango 2011; esiste anche il sito Diazilfilm.it del film DIAZ DON'T CLEAN UP THIS BLOOD di Daniele Vicari ndr) ed è la ricostruzione di ciò che accadde nei 10 anni a partire da quella notte del 20 luglio 2001, quando nei giorni del G8 di Genova la scuola Diaz del capoluogo ligure venne presa d'assalto dalla polizia: ufficialmente per stanare pericolosi no global pronti a tutto, anche a lanciare chissà dove due bottiglie molotov. In realtà, le cose non andarono affatto come la versione ufficiale sosteneva o lasciava ad intendere.

Alessandro Mantovani, che in quei giorni seguiva da cronista i fatti del G8, ha deciso di metter insieme i tasselli faticosamente raccolti in questi 10 anni attraverso testimonianze, dichiarazioni, verbali e carte processuali, per cercare di avvicinarsi quanto più possibile a un puzzle forse ancora incompleto, ma che sicuramente ha oramai più zone di luce che d'ombra. Anche se, come ci spiega l'autore, questo ancora non significa che giustizia sia stata fatta.

Partiamo dal titolo: Diaz, processo alla polizia. Sembra non concedere sconti fin dall'inizio: provocatorio o programmatico?

«Programmatico no, un po' provocatorio sì. Forse sarebbe stato meglio La polizia sotto processo perché a sentirsi così è la Polizia di Stato, o quanto meno i suoi vertici. Basta leggere le intercettazioni dell'ex questore Colucci: la sua testimonianza fu preceduta e seguita da telefonate e contatti che dimostrano come il processo Diaz fosse al centro delle preoccupazioni dei massimi dirigenti della polizia. Non solo dei poliziotti imputati, ma anche dei loro superiori e di chi era attorno a loro. In gioco non c'era (e non c'è tuttora) solo il destino dei singoli imputati che ora attendono il giudizio della Cassazione, ma l'onore del Corpo».  

Perché - e soprattutto per chi - ha scritto questo libro?

«L'ho scritto per chi ha ancora voglia di parlarne, per i ventenni di oggi che non c'erano e ne hanno solo sentito parlare in modo confuso, per chi al G8 di Genova ha perso la fiducia nelle forze di polizia, per chi lavora nelle forze di polizia e si vergogna di quanto accadde allora: e sono tanti, per nostra fortuna, ma non sempre se la passano bene. L'ho scritto perché gran parte dell'informazione, almeno fino a un certo punto, ha trattato la vicenda come se il problema fosse il pm che si ostinava a processare i dirigenti della polizia, e non invece la polizia che aveva fatto carte false per arrestare 93 innocenti dopo averli massacrati di botte; perché secondo me non se n'è parlato abbastanza, mentre hanno avuto più spazio vicende come quella di Cogne. L'ho scritto perché sembra che Genova sia ancora avvolta in chissà quale mistero, e invece alcune cose sono ormai chiare; per esempio, che i governi delegarono la gestione del G8 alle forze dell'ordine, e l'unica direttiva di Berlusconi fu che i no global non turbassero il vertice: il resto venne da sé, travolgendo i diritti costituzionali di decine di migliaia di persone e dimostrando che involuzioni autoritarie, nel nostro Paese, sono sempre possibili".

Qual è stato in questi 10 anni secondo lei il momento più basso di tutta la vicenda?

«Per esempio quando nel 2002 si scoprì che le molotov della Diaz non erano opera dei no global, ma di un poliziotto su ordine di un superiore. O quando il capo della polizia Antonio Manganelli (che peraltro ai tempi non occupava questa carica), nel 2007 trasformò la sua deposizione davanti al tribunale di Genova in una sorta di match con il pm Enrico Zucca, arrivando a dirgli qualcosa come "Lei prima di parlare dovrebbe informarsi su come funziona la polizia". Mai visto un testimone che si rivolge così al magistrato che lo interroga. Fu una rappresentazione molto dura dello scontro tra la polizia e i magistrati che avevano osato accusare i poliziotti. Di momenti bassi, in realtà, ce ne furono parecchi; ricorderei la nomina a questore di Vincenzo Canterini, il comandante del reparto che fece irruzione alla Diaz, poi condannato in primo e in secondo grado (cinque anni, la pena più alta): fu come dire ai poliziotti che solo i peggiori meritano un premio, e fu uno schiaffo a chi porta la divisa nel rispetto dei diritti delle persone».

Dunque giustizia è stata fatta oppure no?


«Dipende. Io credo che gran parte dei magistrati, pm e giudici di Genova abbiano lavorato seriamente, con coraggio e grande capacità, anche di fronte alle coperture politiche che scattarono sui fatti del G8, alle pressioni che ricevettero per non insistere, alle promozioni dei funzionari indagati. Se però parliamo di giustizia, non posso dimenticare che i manifestanti in carcere ci sono andati e sono stati condannati a pene fino a 15 anni; una condanna che mi pare sproporzionate rispetto alle vetrine sfasciate, alle macchine bruciate e persino all'assalto al carcere di Marassi: tutti fatti gravi, certo, ma in una manifestazione di 2-300 mila persone è fisiologico che ci sia qualcuno che può fare danni. Succede in tutta Europa, ma con minore scandalo. I reati che commette la polizia, invece, mi riguardano personalmente, perché la polizia agisce anche a nome mio. Un anarchico ha preso quindici anni per devastazione, e nessun poliziotto ha fatto un giorno non dico di carcere ma neppure di sospensione dal servizio; e Gianni De Gennaro, allora capo della polizia, oggi è capo dei servizi segreti. No, questa secondo me non è giustizia».

La gente, secondo lei, cosa pensa di quel G8 e in particolare dei fatti alla Diaz e a Bolzaneto (dove vennero commessi numerosi soprusi contro i fermati ndr)? Che idea si è fatta? Ci pensa ancora?

«La maggioranza dell'opinione pubblica italiana pensa che la polizia non dovrebbe pestare gente inerme, né arrestare innocenti in base a prove false, né torturare; però si è anche convinta che, a Genova, i no global se la sono cercata, che almeno un po' erano colpevoli. Se così non fosse,  il governo Berlusconi sarebbe stato seppellito da una rivolta popolare. Credo che la gente sia abbastanza consapevole dei problemi delle nostre forze dell'ordine, dell'esistenza di reparti permeati di retaggi fascistoidi che al proprio vertice hanno gruppi di potere inquietanti, però tende a pensare che a farne le spese sia sempre qualcun altro. O che sia inevitabile. L'informazione, d'altro canto, ha le sue responsabilità: noi giornalisti siamo abituati a fidarci della polizia e dei carabinieri, anche perché le forze dell'ordine sono una fabbrica di notizie, e a trattare con i guanti la devianza che pure esiste al loro interno".

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RISULTATI
Salvatore 64 mesi fa

Che Dio ci aiuti !!!

Salvatore 64 mesi fa

La Polizia di Stato deve guadagnarsi il rispetto dei cittadini che pagano le tasse per garantirsi sicurezza e Giustizia; quindi, ai cittadini si deve assolutamente dare: onestà, sicurezza, lealtà, serietà e soprattutto GIUSTIZIA !!!!!!!!!!

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