Una lavatrice è per sempre?

27 settembre 2011 
PHOTO CORBIS IMAGES

La prima lavatrice comprata per il nuovo appartamento romano durò tre anni. Era una sottomarca di qualcosa che si suicidò senza tanti complimenti: il blocco di cemento che fermava il cestello si era sganciato dai bulloni durante una centrifuga e aveva colpito la parte elettronica, frantumandola come in un videogame.

Certo, era anche colpa mia: avrei dovuto chiamare il tecnico al primo rumore sospetto. Ma sono sempre stata - a torto - una che smontava tutto: avevo provato anche a rimediare al guaio del blocco di cemento ballerino. Avevo fatto male.

La sua sostituta dura da allora, ma ogni volta che va mi capita di tendere l'orecchio per controllare che non produca suoni sospetti oltre il classico "Whizzzzzzzzz" della centrifuga. Solo che "da allora" sono altri tre anni: non certo i venti di quella di mia madre, o i quaranta di quella della nonna.

Le lavatrici di un tempo erano come i matrimoni: una volta che te le eri accollate ci restavano per la vita, immutate e immobili nei bagni o nelle lavanderie. Al massimo c'era da pulire il filtro o controllare un tubo che perdeva, ma di schede elettroniche fracassate da una centrifuga neanche l'ombra.

L'analogico, per quanto meno servizievole del digitale, era anche più facilmente riparabile. Lo stesso discorso vale per quasi tutti gli elettrodomestici figli della modernità: più funzioni ha, più è facile che se si rompe un pezzo costi meno ricomprarsi tutto che cambiare il suddetto pezzo.

E non parliamo poi dell'invasione di mille oggetti sottoprezzo con cui riempiamo le nostre case, elettrodomestici e computer, radiosveglie e lettori mp3, frullatori e sbattitori fabbricati in zone talmente remote del mondo che quando con un filo di voce chiedi "Si può riparare?" ti dicono che non solo non si può, che non ci sono i pezzi, ma non c'è nemmeno il posto dove andare a procurarseli, e comunque se devi far venire il pezzo da lì, ovunque "lì" sia, ci spendi tanti di quei soldi che tanto vale comprarne uno nuovo e portare quello vecchio alla piazzola ecologica.

Cosa di cui ti dimentichi, e di conseguenza il cadavere ti rimane in casa a fare mucchio insieme a tutti gli altri oggetti rotti di cui non ti sei ancora sbarazzata.

C'è da dire che i matrimoni, quelli moderni, quando finiscono non stanno lì accovacciati nel ripostiglio. Forse sono più fragili, fatti della materia impalpabile del desiderio e dell'illusione, ma quando si rompe un pezzo fondamentale sono sempre meno quelli che tentano vanamente di aggiustarlo, prima di portarli alla piazzola ecologica.

I matrimoni di prima, come le lavatrici, finivano continuando a funzionare in maniera basilare, senza levarsi di torno e permettere ai contraenti di procurarsene uno di modello più recente. Nell'era dell'impermanenza, forse ci abbiamo guadagnato.

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