Non è un cambio di stagione di Martin
Caparròs (Verdenero) uscito oggi in Italia, è un
libro dove si racconta la storia di molti paesi attraverso gli
occhi dell'autore e le sofferenze dei suoi abitanti, che il
giornalista incontra durante un viaggio - reportage in alcune
località del Sud del mondo.
Fondatore di Pagina 12, famoso quotidiano argentino, e padre del
giornalismo narrativo, viene inviato a
intervistare una dozzina di persone in differenti
paesi dall'United Nation Fund for Population (UNFPA) e dal resoconto di questo viaggio
nasce l'idea del libro, nel 2009.
Oltre al problema del riscaldamento globale e
delle relative responsabilità , Caparròs critica
la noncuranza verso certe tematiche fondamentali
(la povertà, la miseria e l'incapacità, per certe popolazioni, di
saper sfruttare le ricchezze del territorio) e l'atteggiamento
della parte più benestante del mondo che sostiene soltanto
iniziative ecologiche "politically correct", per avere la
coscienza a posto.
Primari per lui sono il rispetto per l'uomo e i suoi
bisogni oltre ad una conseguente abolizione della indigenza e della
fame. Il potere politico e il relativo flusso di denaro
che ne deriva possono influenzare negativamente le scelte di una
nazione riguardo la tutela del nostro pianeta.
Abbiamo incontrato Martin Caparròs a Milano,
nella prima delle date del suo tour italiano che vee lo scrittore
prima a Roma, il 29 alla libreria KOOB , poi il 30 e il 1 ottobre a
Ferrara nell'ambito del Festival di Internazionale dove parteciperà ad
un dibattito proprio sul giornalismo narrativo sudamericano.
Con che criterio avete scelto i paesi da
visitare?
«Non c'è stato un criterio preciso, abbiamo cercato di coprire un
territorio piuttosto vasto, per dare un'immagine completa
della situazione dei paesi poveri del pianeta. Si tratta
di due viaggi separati, che sono durati circa un paio di mesi
ognuno».
Nel suo libro c'è una forte critica verso i paesi più
ricchi, che non sostengono adeguatamente quelli più poveri, quale
può essere il motore di un cambiamento in questo senso? Una
maggiore responsabilità o una presa di coscienza dei reali
problemi?
«In realtà penso che il problema non possa essere risolto da
nessuno e che un cambiamento sia sicuramente difficile, però so per
certo che una differente distribuzione di ricchezza influenza anche
l'inquinamento: la popolazione ricca inquina il 50% contro il 7% di
quella povera».
Quale consiglio darebbe, allora, ai più poveri per
uscire dalla loro condizione?
«I poveri devono fare pressione per ottenere una situazione
migliore e il loro posto nel mondo. Purtroppo, è la ricchezza e non
l'inquinamento, la questione più urgente da risolvere».
Nel suo libro si parla, fra le altre cose, di una
categoria chiamata "Ecololò" ci spiega chi sono?
«Un ecololò è qualcuno che pensa di pulirsi la coscienza soltanto
facendo qualcosa per il global warming. In realtà non basta. Credo
che siano onesti e lo facciano perché ci credono. Prima si
devono valorizzare gli uomini, poi l'ambiente. Ognuno di
noi deve fare qualcosa di concreto. Ci vogliono fatti, non
parole«».
Lei accusa chi ha il potere di legittimare l'energia
nucleare, di voler conservare il sistema politico odierno,
combattendo il cambiamento, sia sociale che climatico. Come pensa
di poter cambiare questo modo di pensare?
«Combattendo questo tipo di potere e segnalando le cattive
influenze dei potenti su un tema così delicato come
l'ecologia».
Che cosa possiamo fare in concreto anche nelle società più
avanzate, per migliorare il mondo?
«Porsi ogni giorno una piccola domanda: qual è il meccanismo per
stare in pace con me stesso se un terzo della popolazione mondiale
soffre la fame?».