La prima comunione
non è un pranzo di gala

17 maggio 2011 
di Blu
<p>La prima comunione<br />
non è un pranzo di gala</p>

Rivedo un vecchio amico, di passaggio in città. Nella trattoria sarda lo ascolto, acquattato con lo sguardo sul suo ghigno immutabile (ho sempre amato quel nonsense neobritish, che solo in Valdarno declinano senza ridere, tutto l'opposto dello spirito greve toscano).

L'amico mi chiede di me. Gli racconto che son contento di aver lasciato il lavoro, che mi son dato finalmente una regolata con cibo e fumo, che i miei figli stanno per avere un fratellino dal nuovo compagno della mamma, e siamo tutti curiosi di vedere l'effetto che fa.

Lui con la stessa faccia di prima (in effetti ha una faccia sola - «come Clint», mi dico, pensando a Sergio Leone) mi spiega che esce da un periodo stressantissimo: «Una delle esperienze più traumatiche della mia vita, ma per fortuna domenica tutto è finito».

Pausa.

«Mio figlio fa la prima comunione».

Lo fisso per un attimo speranzoso: no, questa volta non scherza. Poi parte la mitraglia: la moglie non la voleva fare, la festa. Al massimo i nonni, un pranzo a casa. «Io sarei anche stato d'accordo, ma lo stesso giorno fa la comunione anche il figlio di mio fratello e lui la festa la fa. E se poi ci rimane male? Quando da grande si sposerà potrà anche decidere di festeggiare in birreria, ma ora spetta a noi farlo sentire festeggiato e felice».

Annuisco.

Sono in 50 a pranzo, i parenti. E poi la sera proseguono per il Grande Slam con la cena per la comunione del cuginetto. «Ovviamente le mie zie non volevano venire, io le conosco e abbozzo, ma mia moglie si è offesa». Mi ritrovo tramortito e un po' stressato anch'io, nella spirale perversa del galateo cerimoniale.

Anche mia figlia domenica prossima farà la comunione. Penso che noi la festa non la faremo: né io né la madre siamo troppo credenti, e nello stillicidio del post-separazione una ragnatela di veti incrociati è approdata alla risoluzione ONU che sancisce la no-party zone.

Ci immagino sul sagrato: il parentame stretto dei suoi che guarda in cagnesco il parentame altrettanto stretto dei miei; i gingilli impacchettati nelle tasche che non sai bene se a) le piaceranno e b) non sia meglio aspettare, ché mica è bello uscirli lì, in pieno campo minato. E immagino mia figlia un po' triste, in mezzo a questo nervoso happening multifamiliare. Senza il suo pranzo di festa con 50 parenti comprese le zie che non ci volevano venire, loro.

Tra le due tristezze (festa-con-parentame-sì/festa-con-parentame-no) io non saprei scegliere quale sia peggio. Penso a sua moglie offesa con le zie, a lui che gronda in giacca frescolana, a me che faccio ridere mia figlia con una battuta al volo e le mani in tasca, sudaticce, sul pacchettino chiuso.

Lui, io. Continuo a non capire cosa sia peggio, e anzi non ha senso stabilirlo. Non c'è una definizione di tristezza universale sufficientemente grottesca da prevalere. Alla fine, l'unica che ha ragione è la signora della trattoria: il Vermentino buono è solo quello di Tempio. «Grazie signora, era tutto ottimo come sempre».

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RISULTATI
_blu_ 67 mesi fa

darei qualsiasi cosa per sapere il racconto della sua prima comunione da mia figlia (senza i filtri che solitamente mette per proteggere me e sua mara). Secondo me il grottesco che delineo nel post è più patrimonio di noi adulti. Alla fine è andata meno peggio del previsto: penso che tornerò sull'argomento in un prossimo post

_blu_ 67 mesi fa

è sempre difficile capire quale percezione ne hanno i bambini. Io ho sempre cercato di attenermi a due regole minimali: 1) essere il più possibile aderente ai fatti senza creare false aspettative e 2) evitare ogni ulteriore fattore di pressione. Questo sin da quando ho dovuto afrontare con lei l'argomento della separazione (a più riprese, tra i 6 e i 7 anni), di cui l'argomento festa della comunione sì / no è un corollario. Mi è sembrata serena e contenta di avere lì, in qualche modo, me e sua madre

Ele 67 mesi fa

Ma la tua bambina cosa si aspetta? cosa vorrebbe? Da piccoli, prima di capire le ragioni dei grandi e le dinamiche, il rischio è di sentirsi "diversi". Io sono fortunata e non ho vissuto quest'esperienza sulla mia pelle (i miei si guardano ancora oggi con occhi da triglia) ma ho visto da vicino tanti miei amichetti i cui genitori erano separati e soffrivano sia le "doppie feste" che la "no party zone". Oggi mi confronto con il mio compagno (figlio di genitori separati e risposati), che i segni delle feste, delle non-feste, dei regali delle famiglie dell'uno e dell'altro, gli sguardi in cagnesco, i commenti delle zie se li porta indelebilmente addosso.

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