Vuoti di memoria

30 maggio 2011 
<p>Vuoti di memoria</p>
PHOTO CORBIS IMAGES

È certo per quello che cinicamente si chiama effetto-pitbull: due tragedie nel giro di una settimana, e all'improvviso le cronache sembrano piene di bambini lasciati in macchina. Episodi, statistiche, opinioni, condanne.

Ci sono genitori che «a me non potrebbe mai succedere», ci sono quelli che pensano di risolvere tutto - o perlomeno un po' - con la tecnologia, ci sono i più attenti che ricordano un vecchio articolo del Washington Post (in inglese, ovviamente, e piuttosto lungo, ma altrettanto significativo - vinse anche un Pulitzer nel 2010) che cerca di spiegare come una dimenticanza tanto definitiva possa succedere a chiunque, indipendentemente da sesso, età, condizione socio-economica o personale attitudine alla distrazione. Spesso, infatti, si tratta di letterali «vuoti di memoria», disgraziatamente sostenuti da tante piccole coincidenze, apparentemente insignificanti ma allineate a compiere l'irreparabile.

Ma soprattutto: c'è il racconto di un padre.

Era il 31 dicembre 1999, Nichita aveva nove mesi. [...] dovevo andare alla Moroelettrica, che ancora esisteva, e non so neppure io perché decisi di portarmi dietro Nichita: credo che non ce ne fosse alcun bisogno, ma volevo stare con lui. Arrivai in via Ludovico il Moro, parcheggiai la macchina e andai a cambiare quell'alimentatore del cazzo. Fu una cosa lunga: ci misi forse non un'ora ma quasi. Uscii dal negozio, bello contento con il mio alimentatore, entrai in macchina e solo in quel momento vidi il bambino, che dormiva beato.

E la brutale sensazione che non importa quanto si possa vivere attenti: la fine del mondo, a volte, è veramente solo un passo più in là.

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