Il mammo può attendere

28 giugno 2011 
di Blu
<p>Il mammo può attendere</p>

Le prime volte mi arrabbiavo. Pesco a casaccio dalle comunicazioni delle ultime settimane:

mailing list di classe autogestita dai genitori: «Care mamme, il consiglio di classe di domani...»;

recita scolastica di fine anno, platea eterogenea e gremitissima: «Mammeee! Attente a non farvi travolgere dall'orda di bisontini che sta per scendere dal palcoscenico!»;

avviso dell'insegnante sul diario: «Care mamme, domani raccoglieremo i soldi per la gita scolastica...».

Dicevo: all'inizio, mi arrabbiavo. Mi pareva una palese mancanza di rispetto e di attenzione verso il genitore cadetto. Poi ho deciso che non ne valeva la pena: meglio provare a capire il meccanismo.

Va da sé che tutte queste comunicazioni sono rivolte non solo alle mamme, ma anche ai papà. Eppure c'è una forza d'inerzia, un «si è sempre fatto così» spiegabile con il banale sottotesto: le attività connesse a questi scambi di comunicazione sono sì rivolte a tutti i genitori, di ogni genere e specie, ma di fatto, da che mondo è mondo, vengono svolte al 99% dalle mamme.

Negli ultimi anni, complici il tasso di separazioni e l'aumento delle famiglie allargate, la società sta mutando rapidamente, la percezione istintiva delle persone e il linguaggio molto meno. Un bon-ton della famiglia freak è ancora tutto da inventare.

Per ora chi incontra per strada una coppia di adulti con due bambini presume che tu-maschio sia il padre, tu-femmina la mamma, e loro i figli. Fino a qualche anno fa l'eccezione rimaneva tale, da un po' invece la frequenza dell'anomalia è tale da richiedere una regola, un linguaggio, una categorizzazione.

Per il momento, però, almeno fino a quando il ruolo materno dei padri non verrà pienamente sdoganato, la soluzione migliore è prendere atto della prassi. E definire mamma chiunque si occupi del pargolame nei contesti scolastico-educativi. Papà compresi.

Però voglio il certificato di mamma col mio nome e cognome, da appendere in fondo al letto.

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