Moccia, ora che sono papà

11 luglio 2011 
<p>Moccia, ora che sono papà</p>

«Al mio Piccolo Principe Alessandro Giuseppe». È questa la dedica che apre L'uomo che non voleva amare (Rizzoli, € 18,00), l'ultimo libro dello scrittore Federico Moccia. Il destinatario - associato al celebre e giovane protagonista del romanzo di Antoine de Saint-Exupéry - è, manco a dirlo, suo figlio, nato poco più di un anno fa. E proprio di quest'ultimo, e di cosa ha significato il suo arrivo, abbiamo parlato con l'autore e regista romano, famoso per successi editoriali come Tre metri sopra il cielo e Scusa ma ti chiamo amore.

Come mai consideri tuo figlio come il Piccolo Principe?

«Perché mi ricorda un concetto chiave del libro di Antoine de Saint-Exupéry, ossia il fatto che si è responsabili di ciò che si ama e io, con mio figlio, sto scoprendo proprio questo: che cosa significa prendersi cura di qualcuno».

Sei diventato padre da poco più di un anno: che effetto ti ha fatto?

«Bellissimo. È stato come rinascere a mia volta. L'aspetto che colpisce di più è passare dalla condizione di figlio a quella di padre: ti sconvolge, ma è anche meraviglioso. E ti permette di scoprire molti lati nuovi di te stesso».

Un vantaggio e uno svantaggio legato al fatto di diventare padre in età adulta

«Non c'è un'età giusta o sbagliata per diventare genitori. La cosa essenziale è affrontare questo passo quando lo si desidera nel profondo. Da padre adulto, posso dire semplicemente che adesso ho più esperienza e posso raccontare a mio figlio più cose».

Cosa è cambiato nella tua vita da quando sei diventato padre?

«Tutto e niente. Cambiano i ritmi e le priorità, ovviamente, ma resti sempre te stesso».

Secondo te, quand'è che una coppia è pronta per fare un figlio? «Quando sente di volerlo e basta: l'età anagrafica o il sentirsi pronti sono fattori che secondo me non contano (tanto non si è mai davvero pronti, s'impara giorno per giorno). Io credo che l'essenziale sia basarsi sulla propria sensibilità e su quella dell'altra persona: è fondamentale desiderare un figlio insieme».

Se un giorno, in futuro, tuo figlio ti dicesse: "Papà, voglio scrivere un libro", cosa gli risponderesti?

«Che se è ciò che sente nel cuore, è giusto che lo faccia. Penso che ognuno debba seguire le proprie inclinazioni e non tradire se stesso. Io non obbligherei mio figlio né a fare il mio stesso percorso, né a starne alla larga, per paura del confronto. Io per primo ho seguito mio padre, perché lui mi ha mostrato il mondo del suo lavoro e mi è piaciuto. Mi ha aiutato moltissimo, ma mi ha lasciato anche la massima libertà. Insomma, spero di essere anche io un genitore in grado di aiutare suo figlio a trovare la sua strada».

Quando senti spiacevoli fatti di cronaca riguardanti i bambini e gli adolescenti, ti vengono mai delle "paranoie" rispetto a tuo figlio e a come proteggerlo da qui al futuro?

«Di certo, non posso costruirgli una campana di vetro. Perciò penso a come poter rappresentare per lui un riferimento sano e in che modo posso fornirgli gli strumenti per affrontare al meglio la vita».

Un giorno sarai contento di guardare tuo figlio e pensare "Bene, vedo che sono riuscito a insegnargli …"

«Sarò contento se potrò pensare "Ho fatto il meglio che potevo e lui è migliore di me". Secondo me, ogni figlio deve essere migliore dei suoi genitori: non è una sfida. È l'evoluzione».

 

"Al mio Piccolo Principe Alessandro Giuseppe". È questa la dedica che apre "L'uomo che
non voleva amare" (Rizzoli, € 18,00), l'ultimo libro dello scrittore Federico Moccia. Il
destinatario - associato al celebre e giovane protagonista del romanzo di Antoine de
Saint-Exupéry - è, manco a dirlo, suo figlio, nato poco più di un anno fa. E proprio di
quest'ultimo, e di cosa ha significato il suo arrivo, abbiamo parlato con l'autore e regista
romano, famoso per successi editoriali come "Tre metri sopra il cielo" e "Scusa ma ti
chiamo amore".
Come mai consideri tuo figlio come il Piccolo Principe?
«Perché mi ricorda un concetto chiave del libro di Antoine de
Saint-Exupéry, ossia il fatto che si è responsabili di ciò che si ama e io, con mio figlio, sto
scoprendo proprio questo: che cosa significa prendersi cura di qualcuno».
Sei diventato padre da poco più di un anno: che effetto ti ha fatto? «Bellissimo.
È stato come rinascere a mia volta. L'aspetto che colpisce di più è passare dalla condizione
di figlio a quella di padre: ti sconvolge, ma è anche meraviglioso. E ti permette di scoprire
molti lati nuovi di te stesso».
Un vantaggio e uno svantaggio legato al fatto di diventare padre in età adulta…
«Non c'è un'età giusta o sbagliata per diventare genitori. La cosa essenziale è affrontare
questo passo quando lo si desidera nel profondo. Da padre adulto, posso dire
semplicemente che adesso ho più esperienza e posso raccontare a mio figlio più cose».
Cosa è cambiato nella tua vita da quando sei diventato padre?
«Tutto e niente. Cambiano i ritmi e le priorità, ovviamente, ma resti sempre te stesso».
Secondo te, quand'è che una coppia è pronta per fare un figlio?
«Quando sente di volerlo e basta: l'età anagrafica o il sentirsi pronti sono fattori che
secondo me non contano (tanto non si è mai davvero pronti, s'impara giorno per giorno).
Io credo che l'essenziale sia basarsi sulla propria sensibilità e su quella dell'altra persona: è
fondamentale desiderare un figlio insieme».
Se un giorno, in futuro, tuo figlio ti dicesse: "Papà, voglio scrivere un libro",
cosa gli risponderesti?
«Che se è ciò che sente nel cuore, è giusto che lo faccia. Penso che ognuno debba seguire le
proprie inclinazioni e non tradire se stesso. Io non obbligherei mio figlio né a fare il mio
stesso percorso, né a starne alla larga, per paura del confronto. Io per primo ho seguito mio
padre, perché lui mi ha mostrato il mondo del suo lavoro e mi è piaciuto. Mi ha aiutato
moltissimo, ma mi ha lasciato anche la massima libertà. Insomma, spero di essere anche io
un genitore in grado di aiutare suo figlio a trovare la sua strada».
Quando senti spiacevoli fatti di cronaca riguardanti i bambini e gli
adolescenti, ti vengono mai delle "paranoie" rispetto a tuo figlio e a come
proteggerlo da qui al futuro?
«Di certo, non posso costruirgli una campana di vetro. Perciò penso a come poter
rappresentare per lui un riferimento sano e in che modo posso fornirgli gli strumenti per
affrontare al meglio la vita».
Un giorno sarai contento di guardare tuo figlio e pensare "Bene, vedo che
sono riuscito a insegnargli …"
«Sarò contento se potrò pensare "Ho fatto il meglio che potevo e lui è migliore di
me". Secondo me, ogni figlio deve essere migliore dei suoi genitori: non è una sfida. È
l'evoluzione».

 



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