I disturbi alimentari in età pediatrica

03 giugno 2011 
<p>I disturbi alimentari in età pediatrica</p>
PHOTO CORBIS IMAGES

L'associazione Pollicino e Centro Crisi genitori Onlus è nata nel 2006 per prevenire e curare i disturbi alimentari in età pediatrica, da 0 a 13 anni per la precisione. E già in questa prima informazione si scardina tutto quello che credevamo di sapere sui disturbi alimentari (anoressia e bulimia in primis), tradizionalmente associati all'adolescenza, e che invece scopriamo essere presenti - pur non necessariamente in forme così drammatiche - anche in tenerissima età.

Ne abbiamo parlato con la psicoterapeuta e psicanalista Pamela Pace, che da oltre vent'anni si occupa di disturbi alimentari, Presidente di Pollicino e autrice di Un dolore INfame - genitori e anoressia, una lettura psicoanalitica (Bruno Mondadori ed.)

Dottoressa a che età si possono manifestare i primi disturbi alimentari?
«Purtroppo assistiamo a un preoccupante abbassarsi dell'età in cui compaiono comportamenti di utilizzo alterato o distorto del cibo e dell'atto di alimentarsi. Dati recenti dell'Osservatorio dell'Associazione Pollicino mostrano per esempio un incremento delle telefonate e degli incontri con genitori che hanno figli della fascia 0-3 anni. Se invece guardiamo alla soglia media di insorgenza del disturbo alimentare, possiamo sicuramente affermare che negli ultimi dieci anni siamo passati dalla fascia 17-23 alla fascia 14-20 anni. Inoltre, da più parti si segnala l'aumento dei disturbi alimentari in fascia pre-puberale, fra gli 8 e i 13 anni».

I disturbi alimentari a cosa possono essere dovuti? Esistono responsabilità specifiche dei genitori?
«Le origini di questi disturbi sono sempre multifattoriali: non si può parlare di un rapporto causa-effetto fra l'insorgere del disturbo alimentare e un evento specifico. La complessità del sintomo alimentare (perché ricordiamo che i disturbi alimentari sono sempreil sintomo di qualcos'altro, non una malattia in sé) implica infatti la concomitanza di più fattori ai quali il bambino (o l'adolescente) è sensibile e sceglie di rispondere con il disturbo alimentare. Insomma: la scelta parte sempre dal soggetto, che si tratti di un bambino piccolo o di un adolescente. Non parlerei quindi di responsabilità dei genitori, ma piuttosto della qualità dei legami affettivi che legano i membri di una famiglia. Un tratto comune nei disturbi alimentari dell'infanzia è che ruotano sempre intorno al desiderio del figlio di essere amato per quello che è, riconosciuto come una persona unica e diversa».

Come distinguerli dai normali capricci propri dell'età evolutiva o da un gusto oggettivamente personale?
«Per prima cosa valutate l'umore del bambino, e da quanto tempo è presente il sintomo che vi preoccupa: in genere i normali capricci durano meno dei disagi alimentari (bizzarrie, paura di masticare, una rigida selettività dei cibi, rigurgiti frequenti) e non compaiono mai insieme ad altri segni di malessere (regressioni, rifiuti, disturbi del sonno e/o del gioco) né e particolarmente compromessa la relazione con mamma e papà. Se però si ha qualche dubbio, il primo passo è rivolgersi al pediatra di fiducia, che dopo avere valutato il bambino e l'ambiente che lo circonda può già essere in grado di distinguere tra capriccio e disturbo alimentare. È anche vero che i bambini, già da piccoli, hanno i loro gusti. E che a volte il rifiuto verso un particolare cibo è direttamente proporzionale all'ansia della madre che il figlio mangi proprio quella pietanza. Rispettare i suoi gusti, invece, e i primi tentativi di rendersi autonomo (senza preoccuparsi se si sporca) è senz'altro un suggerimento prezioso, perché significa riconoscere l'esigenza del bambino di costruire un proprio rapporto col cibo. Nel complesso, credo comunque che un genitore possa intuire se l'inappetenza o il rifiuto del cibo nascondano o meno un disagio di natura emotiva. A volte è proprio il dubbio che questi atteggiamenti siano campanelli d'allarme a spingere i genitori verso associazioni come la nostra».

Ci sono comportamenti da evitare e altri da consigliare durante lo svezzamento?
«Non credo esistano regole universali, anche perché lo svezzamento impegna due persone: la mamma ed il bambino, due nature e due individui diversi ma legati da una loro storia personale. La garanzia di un buono svezzamento risiede in realtà nella fase precedente, e cioè nella buona qualità dell'allattamento. Ricordiamoci però che lo svezzamento impegna sia la madre sia il piccolo a fare i conti con una perdita, e per questo suggerisco alle mamme di cercare di tollerare le risposte aggressive e/o i primi rifiuti del piccolo ad assaggiare le pappe: non sono attacchi personali, ma piuttosto l'espressione della fatica del piccolo a rinunciare al seno/biberon e - più in generale - alla particolarità di quel contatto così intimo e speciale. In questo contesto è utile che la madre lasci soprattutto il padre a occuparsi dell'alimentazione del figlio, per permettere un'uscita più serena dal corpo a corpo mamma-bambino. Gli scoraggiamenti sono frequenti: esistono figli più gratificanti e bambini più pigri, meno facili. Ma ogni madre - se non cede alla rabbia e al senso di inadeguatezza - sa intuire la strada migliore per sé ed il proprio figlio».

I disturbi alimentari e i cattivi comportamenti alimentari sono influenzati dai genitori?
«Il comportamento alimentare di un bambino è un appreso, nasce cioè dall'esempio dei genitori. Va da sé che dare il buon esempio - sedersi a tavola con i figli, evitare discorsi sui chili in più, non insistere sul controllo del cibo e del corpo rispetto a criteri estetici - può essere una buona prevenzione. Va però sottolineato che ha importanza anche il modo in cui l'alimentazione viene considerata in famiglia. Ci sono, per esempio, famiglie molto rigide rispetto agli orari dei pasti e all'uso delle buone maniere, altre più elastiche, altre ancora disorganizzate e caotiche, nelle quali mangiare è consumare un pasto frugale anche da soli e senza necessariamente cucinare: basta scongelare! In generale è poi meglio evitare gli usi distorti del cibo: dire «Se non mangi la carne non ti porto ai giardini» è ricattatorio; «Se non finisci la pasta chiamo i vigili» è intimidatorio; «Mangia tutto così fai contenta la mamma" è un uso affettivo del cibo. Di fronte a questi atteggiamenti, però, da una parte il bambino intuisce il potere che l'altro ha su di lui, dall'altra che questo è un'arma a doppio taglio. Potrebbe cioè accadere che sia poi il bambino a dire «Se non mi porti ai giardini io non mangio». È così che l'atto alimentare diventa un teatro in cui rappresentare giochi di potere, proteste e ripicche».

Maschietti e bimbe: c'è differenza nelle giovanissime generazioni?
«I dati che abbiamo raccolto in questi anni ci dicono che non c'è una netta differenziazione di genere fin verso gli 8 anni, e sicuramente manca del tutto nella fascia 0-3. In particolare, la nostra casistica segnala semmai una percentuale maggiore di disturbi alimentari nei maschietti. Dagli 8 anni in su, invece, e soprattutto dalla pubertà in poi, la percentuale maggiore riguarda le femmine».

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