Che differenza c'è fra baby blues e depressione post partum?

12 luglio 2011 
<p>Che differenza c'è fra baby blues e depressione post partum?</p>

Per conoscere la differenza fra baby blues e depressione post partum sembra bastare poco. Un tuffo nel mare di internet e si legge in tanti modi che il baby blues è un disagio post partum che scompare in pochi giorni, massimo una settimana, mentre la depressione può durare più a lungo, può presentarsi anche molto dopo la data del parto e con sintomi più importanti (che qui non riporterò, per non favorire depressioni).

Ma sarebbe utile spremere le nostre enciclopedie informatiche un po' di più, fino ad arrivare a capire quando nascono questi nomi. Si scoprirebbe allora che sia depressione che baby blues sono  locuzioni abbastanza recenti (recentissima la seconda).

A questo punto le domande possibili prendono due strade che corrispondono alla grande  biforcazione della ricerca in questo campo.


Prima strada: questi problemi ci sono sempre stati, hanno attraversato la nostra storia da millenni, ma solo ora, avendo strumenti adeguati, abbiamo scoperto che sono disturbi. Per esempio la depressione, anche se allora non aveva un nome, potrebbe essere stata già descritta in un verso dell'Iliade: «Venne in odio agli dei Bellerofonte: / solo e consunto da tristezza errava / pel campo Aleio l'infelice, e l'orme de' viventi fuggìa».

Seconda strada: questi problemi si formano lungo il percorso della storia, cambiano, nascono e muoiono, e ricevono nomi. Non solo: nel momento in cui ricevono un nome sembrano iniziare a pulsare di vita propria. Per esempio introduci nel linguaggio comune il termine depressione e - come di fatto sta accadendo - inizierà ad alzarsi la percentuale di depressi nel mondo occidentale.

La scelta di una di queste vie è una sottile questione da specialisti? Niente affatto, perché - a seconda del tipo di strada che si predilige - si approda a conseguenze terapeutiche assai diverse.

Nel primo caso la risposta più ovvia è che siamo di fronte a problemi legati alla nostra biologia (la biologia non è cosa che cambia nei secoli), quindi la cura tende a pendere verso il versante del farmaco.

Nel secondo caso stiamo privilegiando spiegazioni culturali, per esempio: c'è stato un tempo nel quale il disturbo più comune era l'isteria, che ormai è praticamente scomparsa. Ci sono stati tipi di disagio antichi, come la melancolia (lo star male cinquecentesco dovuto alla perdita della fede), ora rimasta fra noi solo come parola dal significato indebolito (malinconia). Va da sé che in questo caso il disagio, mostrando  una matrice culturale (legata quindi a credenze e convinzioni - e di convinzioni si può morire!), verrà affrontato con una psicoterapia.

Naturalmente, ci sono anche posizioni che tengono conto di entrambo questi punti di vista, e ritengono ragionevole un compromesso: psicoterapia più farmaci.

«Ma come può una terapia fatta di parole fare star bene chi si sente giù anche fisicamente?»

Risposta: Il cervello è plastico e le parole lo modificano. Non solo, proprio ora, avendo letto quest'ultima frase, i vostri lobi frontali hanno messo in atto piccolissime modifiche che vi farebbero leggere (patire) diversamente, anche se di poco, un eventuale stato depressivo.

 

Marco Vinicio Masoni è psicologo, psicoterapeuta, psicopedagogista e autore di numerosi libri sull'adolescenza e la vita nella scuola.  È docente presso l'Istituto di Psicologia e Psicoterapia di Padova e Mestre e dirige il Centro Formazione&Studio - Laboratorio di Psicologia. Vuoi fargli una domanda? Scrivi a community@style.it

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MARCO 64 mesi fa

Dipende dall’uso che facciamo della parola “problema”. Se il mio problema sono i debiti posso anche astenermi dal nominarli, ma i creditori mi cercheranno ugualmente. Se il problema è di ordine medico, una definizione, cioè una diagnosi, è necessaria. Se il problema è che uno beve in continuazione alcolici fino a combinare guai a se stesso e agli altri, chiamarlo alcolista è una utile sintesi. Ma, attenzione, se per esempio il problema è che un bambino di tre anni ha dato un morso a un suo amichetto nella scuola materna…commetterei un grave errore a definirlo: “morsicatore”, perché suggerirei al bimbo un abito identitario già pronto per essere indossato: rischierei cioè di “costruire” il “morsicatore”. Vale anche per gli adulti.

paola 65 mesi fa

Quindi sarebbe logico pensare ch i "problemi" nn esisteno.Diventano tali nel momento in cui li definiamo.

elena 65 mesi fa

avere un figlio è l'esperienza più forte per una donna... Si deve cominciare a pensare al plurale e le cose cambiano molto. Ma appunto perchè "cambiano", forse si dovrebbe pensare che i "cambiamenti" si avvicenderanno. E se , malgrado la stanchezza e le paure, ci si ricorderà che è del tutto normale sentirsi impreparati nel nuovo ruolo e che è stato così da sempre MA CHE NON SARA SEMPRE COSI, forse ci sentiremmo meno sole...

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