Compiti a casa sì o no?

di Marco Vinicio Masoni 

Abbiamo chiesto al nostro psicologo, il dottor Masoni, cosa ne pensa dello sciopero contro i compiti a casa organizzato in Francia. Ecco la sua risposta

Marco Vinicio Masoni

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foto Corbis

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Certo che fanno bene! Ho sempre pensato che i compiti siano una iattura. Lo pensavo da studente, lo pensavo da insegnante, lo penso ora da psicologo che  conduce molti corsi di formazione nelle  scuole.

I Francesi che protestano però sono avvantaggiati dal fatto che da loro c'è già da tempo una legge che vieta i compiti a casa. Protestano quindi per una legge disattesa e ignorata. Noi siamo fermi al "pre legge". Da noi il senso comune trova normale, per lo più, dare compiti a casa e compiti delle vacanze. Vediamo che cosa implica questa  modalità acquisita. Mi servirò di qualche esempio, premettendo che so che ci sono, e che incontro spesso, molti insegnanti meravigliosi, ma ahimè, che si incontrano anche, troppo spesso, gli altri.

In una ricerca condotta qualche anno fa da un mio gruppo in tutte le scuole di una  regione italiana, alla domanda aperta: qual è l'insegnante  "perfetto", la stragrande maggioranza degli studenti dette risposte che possiamo sintetizzare così:

1) deve essere competente nella sua materia
2) deve essere imparziale
3) devo poter parlare con lui anche dei miei problemi personali e non solo della sua materia.

Pur trovando affascinanti  le altre due vorrei soffermarmi sulla prima risposta.
Perché un gran numero di studenti dice che gli piacerebbe un insegnante competente?

Perché evidentemente la cosa non è così diffusa. Volete un indicatore di insegnante incompetente? Ecco una sua frase tipo: "per la volta prossima studiata da pag. x a pag. y". Ma, vedete, chiunque sappia insegnare sa che una lezione spiegata bene  entra così dolcemente e facilmente nella memoria dei ragazzi, che non occorre "studiare di nuovo tutto". Certo posso andare a guardare il libro, per capirlo, ora che l'insegnante mi ha reso diritta la strada, ma non dovrei mai usare il libro di testo per capire ciò che l'insegnante non ha saputo spiegare.

Ora, cosa vuol dire  insegnare bene? Vuol dire conoscere BENE l'argomento! Ecco perché la prima richiesta degli studenti è di una serietà e maturità eccezionale!
Meglio insegno, meno compiti servono, o, addirittura, meglio insegno, più lo studente si divertirà a verificare quanto ha capito, provando piacere nel farlo e non chiamando "compito a casa" quel piacere che la mente si prende quando rilegge il mondo con le nuove conoscenze.

Un toccante  episodio di incomprensione fra  ragazzi e insegnanti è raccontato in un mio libro dalla figlia di un grande e noto filosofo, lo riporto a memoria.

La ragazza racconta che sentì parlare per la prima volta  di compito in classe solo nella scuola media. La locuzione "compito in classe" la affascinò. Pensò infatti: che bellezza, domani impariamo a risolvere  un problema tutti insieme, mettendo insieme le nostre teste.

Immaginate ora la sua delusione e il suo stupore quando scoprì che il compito in classe è invece l'estrema prova dell'individualismo scolastico (Guai a chi copia!).

La parola compito, anziché indicare un ostacolo da affrontare unendo le intelligenze è stato trasformato in una sorta di ordalia: se superi la prova, a casa, da solo o coinvolgendo i genitori senza però che si sappia, allora vai bene. Se non la superi (perché l'insegnante non ti ha messo in grado di superarla), è colpa tua (o dei tuoi, ma non si può dire).


DA STYLE.IT

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