Quante volte, se siamo stati fratelli o sorelle maggiori, ce
l'hanno detto! Ricordiamo il fastidio, il senso di
impotenza, la rabbia, la gelosia per chi poteva
permettersi errori che ai "grandi" ( magari di un anno) non
sono permessi. E dovremmo fermarci qui.
Dovremmo limitarci - ma è molto - a ricordare come si
soffriva quando lo dicevano a noi. E se non ci è mai capitato,
perché siamo stati fratelli e sorelle minori o figli unici o
abbiamo avuto genitori più attenti a quello che dicevano, se non ci
è mai capitato, allora dovremmo immaginare come saremmo stati se ci
fosse captato. Non è difficile, semplicemente ci si scorda di
farlo.
Questa nota piccola crudeltà genitoriale è figlia di una
nostra "non azione". L'azione di immaginare, quando
riprendiamo i nostri figli, cosa accadrebbe a noi se avessimo
quell'età, oggi, e ci dicessero le cose che stiamo dicendo a
loro.
Dovremmo fermarci qui, dicevo, perché ciò che si sente dire spesso
invece è che i nostri errori (e comunicare "tu che sei grande" è un
errore) possono diventare causa di problemi futuri dei nostri
figli. Non mi stancherò mai di dire, come del resto fanno
moltissimi miei colleghi, che i comportamenti umani non
sono spiegabili con "cause", ma con progetti. I figli progettano la
loro vita e ciò che noi facciamo viene da loro vagliato e inserito
nel progetto di vita o respinto. Nulla avviene con automatismi
meccanici.
L'essere umano pensa, non è l'oggetto mosso in modo prevedibile
da una leva. Diciamola quindi tutta: il comportamento umano non è
prevedibile. Il che vuol dire che i nostri figli
possono diventare persone meravigliose anche se noi commettiamo un
sacco di errori. E dato che i progetti si fanno
utilizzando i saperi disponibili, i nostri figli saranno più
capaci di progettarsi quanto più "sapranno", e sapranno molto solo
se frequenteranno anche figure estranee alla famiglia.
Capito ora perché i vostri errori possono contare
poco? Perché non siete gli unici "libri" che loro
sfoglieranno.